Cinzia Pinna uccisa e sepolta nella vigna da Emanuele Ragnedda. Dalle analisi del Ris indizi preziosi sui complici
Sei mesi fa la confessione dell’imprenditore di Arzachena, in carcere a Bancali con l’accusa di omicidio volontario aggravato
Palau Uccisa e nascosta per 12 giorni nel vigneto. Sono trascorsi sei mesi dall’omicidio di Cinzia Pinna, la 33enne di Castelsardo uccisa con tre colpi di pistola al viso da Emanuele Ragnedda, imprenditore del vino di Arzachena. Dal 24 settembre scorso, dopo aver confessato il delitto, è rinchiuso nel carcere di Bancali con l’accusa di omicidio volontario aggravato dall’uso di un’arma da sparo e occultamento di cadavere.
Le analisi del Ris
Il procuratore di Tempio Gregorio Capasso e la sostituta Noemi Mancini attendono la relazione dei carabinieri del Ris di Cagliari con l’esito delle analisi eseguite in laboratorio su tutti i reperti, le tracce biologiche e le impronte raccolti nella tenuta di Conca Entosa, nelle campagne di Palau, luogo del delitto, avvenuto nella notte tra l’11 e il 12 settembre 2025. Passato al setaccio anche il computer di Ragnedda, fondamentale per ricostruire i rapporti con altre persone, eventuali complici, considerato che dagli inizi di settembre non aveva il cellulare perché rotto e potrebbe aver utilizzato il portatile per comunicare. Alla luce dei risultati di tutti gli accertamenti eseguiti, i magistrati galluresi dovranno tirare le somme anche sulle posizioni dei due indagati per favoreggiamento, Luca Franciosi, un 26enne di Milano, conoscente del reo confesso, e Rosamaria Elvo, fidanzata di Ragnedda. Per i magistrati sarebbero stati loro ad aver aiutato l’omicida, nelle ore successive al delitto, a ripulire lo stazzo dal sangue di Cinzia Pinna e a far sparire alcuni effetti personali della ragazza. Mai ritrovati. All’appello mancano, infatti, parte degli indumenti, lo zaino e il cellulare. Entrambi hanno sempre respinto le accuse: Franciosi ha dimostrato che in quei giorni non era a Palau. Elvo aveva detto di essere andata a Conca Entosa la mattina del 12 settembre e di non aver visto nulla che potesse far pensare alla scena di un delitto.
Tre colpi di pistola
Di Cinzia Pinna si erano perse le tracce la notte dell’11 settembre scorso. La famiglia aveva lanciato appelli sui social e la macchina delle ricerche si era messa in moto. Ma quando tutti la cercavano, lei era già morta. Uccisa dall’uomo che quella notte l’aveva fatta salire sulla sua Jeep Compass e l’aveva portata a casa sua, nella tenuta di Conca Entosa. Dopo una notte di alcol e droga, le aveva puntato la pistola in faccia, e aveva sparato. Tre proiettili le avevano sfigurato il viso: solo uno, quello allo zigomo fuoriuscito dalla testa, è stato mortale. Il suo assassino, aveva portato il suo corpo insanguinato lontano dalla casa. Lo aveva nascosto tra i cespugli in un tratto incolto dell’immensa distesa di vigneti e piante, e lì, ricoperto dai rovi, era rimasto per 12 giorni, fino a quando il suo assassino aveva deciso di dire verità agli inquirenti che lo braccavano. «L’ho uccisa io». Era il 24 settembre. Quel giorno, Ragnedda, dopo un maldestro tentativo di fuga, aveva confessato il delitto della 33enne di Castelsardo, accompagnando lui stesso magistrati e carabinieri nel punto in cui aveva nascosto il cadavere.
«Lei mi ha aggredito»
Dopo aver confessato il delitto, Emanuele Ragnedda, difeso dagli avvocati Luca Montella e Gabriele Satta, era stato nuovamente interrogato in carcere dai pm. Ai magistrati aveva ribadito la stessa versione dei fatti già resa, sia durante la confessione che successivamente, davanti al gip: quella di aver reagito a un’aggressione da parte della ragazza che gli aveva anche puntato alla bocca un coltello. Una versione sulla quale si cercano riscontri con le varie attività d’indagine in corso, a cominciare dalle analisi in laboratorio da parte dei Ris di Cagliari sui reperti raccolti durante i sopralluoghi nello stazzo di Conca Entosa e dagli accertamenti sul suo computer e sui cellulari degli altri indagati.
Chi lo ha aiutato?
Rosamaria Elvo, difesa dall’avvocato Francesco Furnari, si è sempre dichiarata estranea alla vicenda e all’oscuro dell’omicidio commesso dal fidanzato. Agli inquirenti aveva detto di essere andata a Conca Entosa la mattina del 12 settembre ma di non aver sicuramente visto la scena di un delitto. Dal suo cellulare, l’imprenditore di Arzachena aveva telefonato al negozio di arredamenti per acquistare un divano nuovo, dopo il tentativo di ripulirlo dal sangue di Cinzia. Lui avrebbe giustificato con la Elvo l’acquisto sostenendo che l’altro divano era sporco di sangue perché era entrato un cane e gli aveva sparato. Circostanza dichiarata agli inquirenti.
La Elvo era a Conca Entosa quando il divano era arrivato poco dopo l’ordine, ed era stato sistemato in casa da Ragnedda e dalla persona che lo aveva portato. Era stata, inoltre, la Elvo a consegnare il suo cellulare al pm e a rendere possibile lo sblocco del portatile del reo confesso. Ragnedda ha detto di aver fatto tutto da solo, scagionando la donna ma anche Luca Franciosi, inizialmente tirato in ballo dall’omicida che, poi, durante la confessione aveva smentito quella versione. Auto e cellulare dell’indagato sono stati dissequestrati. I suoi difensori, gli avvocati Maurizio e Nicoletta Mani, confidano ora nella richiesta di archiviazione da parte della Procura all’esito degli accertamenti in corso e che si proceda nel contempo per il reato di calunnia nei confronti di Ragnedda. Nel corso delle indagini è stata sentita come persona informata sui fatti anche un’altra donna. È la persona che Ragnedda frequentava da tempo. Erano insieme anche la notte dell’11 settembre, prima dell’omicidio. Andato via da casa sua, Ragnedda aveva incontrato per strada Cinzia Pinna, l’aveva fatta salire in auto ed erano andati a Conca Entosa. La 41enne ha fornito elementi utili alla ricostruzione della serata.
