La Nuova Sardegna

Olbia

L’inchiesta

Rosa Bechere, indagini al palo: la scomparsa resta un cold case

Rosa Bechere, indagini al palo: la scomparsa resta un cold case

La 60enne uccisa con benzodiazepina e gettata in mare, sotto accusa una coppia di amici

4 MINUTI DI LETTURA





Olbia C’è un movente: quello della rapina. Un precedente indiziario rilevante: un ricovero per avvelenamento da benzodiazepina. E ancora. L’ultima posizione della vittima rilevata dagli investigatori, che la colloca vicino alla casa degli indagati. E sul fatto che Rosa Bechere sia stata in compagnia dei suoi amici, o presunti tali, Maria Giovanna Meloni e il compagno Giorgio Beccu, fino al giorno della scomparsa, gli inquirenti non hanno dubbi. Tre elementi importanti ma non sufficienti a provare che a uccidere la donna e a disfarsi del suo corpo siano stati loro. L’inchiesta sulla scomparsa dell’invalida 60enne, di cui si sono perse le tracce dal 25 novembre del 2022, e che vede la coppia indagata per omicidio e occultamento di cadavere, non ha portato finora alla svolta sperata. Le indagini avocate dalla Procura generale (che ha condiviso i rilievi mossi nell’atto di opposizione all’archiviazione, avanzato dai difensori dei familiari di Rosa Bechere) e riaperte nel novembre scorso, stanno per concludersi. E al momento, salvo un colpo di scena dell’ultima ora, non sarebbero emerse novità di rilievo. Il corpo non è stato trovato e neppure tracce riconducibili alla vittima. Per gli inquirenti, Rosa Bechere è stata uccisa da dosi massicce di benzodiazepine, un potente sedativo, e il suo cadavere gettato in mare. Il che significa che non si troverà mai più, considerato il tempo trascorso dal momento in cui è svanita nel nulla.

Cold case

La scomparsa di Rosa Bechere sembra essere destinata a restare un caso irrisolto. La ricerca della prova, in assenza del corpo, è piuttosto difficile. Gli unici casi di cold case che sono stati risolti negli ultimi tempi hanno seguito due strade: la prova biologia o la prova informatica. Ma se la vittima è stata uccisa senza violenza fisica, per avvelenamento, ad esempio, come ipotizzato in questo caso, sarà impossibile trovare la prova biologica. Nel giallo della scomparsa di Rosa Bechere, anche l’altra strada, quella della prova informatica, porterebbe a ben pochi elementi: gli inquirenti non si trovano di fronte a due persone dotate di strumenti tecnologici e attivi sui social. Gli indagati possiedono dei semplici cellulari. Tra l’altro, sequestrati anche di recente, per la seconda volta, e sottoposti ad accertamenti.

Il movente

Per il procuratore generale Luigi Patronaggio e il sostituto Alessandro Bosco, che stanno coordinando la seconda inchiesta, il movente è lo stesso ipotizzato nella prima indagine: portare via alla Bechere quel po’ di soldi che erano nella sua disponibilità, in particolare, i 9mila euro di arretrati che avrebbe dovuto percepire dall’Inps. La coppia Meloni-Beccu avrebbe dunque agito a scopo di rapina. In merito a questa accusa, la coppia è già a processo nel tribunale di Tempio accusata di rapina, lesioni personali aggravate e sottrazione delle carte di credito appartenenti a Rosa Bechere. Reati che sarebbero stati commessi dal 18 al 28 novembre, quindi, tre giorni dopo la scomparsa della donna.

Il precedente

Per impossessarsi di carte di credito e contanti che la donna aveva in casa, Rosa Bechere sarebbe stata stordita attraverso la somministrazione di benzodiazepine. Era già successo in passato, tanto che era stato necessario un ricovero in ospedale. Un precedente a carico dei due indagati ritenuto importante dagli inquirenti. Dall’attività investigativa è emerso che la Meloni faceva uso del farmaco e conosceva, dunque, bene i suoi effetti.

Piste alternative?

Per gli inquirenti non ci sono piste alternative, nessuno aveva interesse a uccidere e a far scomparire Rosa Bechere. L’unica pista alternativa potrebbe essere quella di una vendetta trasversale nei confronti del marito, Davide Iannelli, in carcere, condannato all’ergastolo, per aver ucciso Tony Cozzolino, il loro vicino di casa, nelle palazzine di via Salvatore Petta, dove, tra l’altro, avevano vissuto anche Maria Giovanna Meloni e Giorgio Beccu. Ma l’ipotesi è apparsa oggettivamente improbabile.

Le ricerche

Nuovi sopralluoghi e ricerche via terra e via mare si sono svolti negli ultimi mesi, soprattutto in alcuni tratti del golfo di Olbia mai perlustrati nella precedente inchiesta. Carabinieri, cacciatori di Sardegna e sommozzatori della Guardia costiera hanno battuto fondali e isolotti alla ricerca di tracce e prove che potessero dare riscontri all’ipotesi accusatoria: quella, cioè, che Rosa Bechere sia stata uccisa. Accusa ancora da dimostrare. I carabinieri del Ris di Cagliari erano ritornati per nuovi rilievi e accertamenti nelle abitazioni in uso alla coppia, sia nella casa di Olbia, di via Aretino, che nella frazione di Su Canale, a Monti. Avevano passato al setaccio anche la macchina di Giorgio Beccu, una Fiat Punto, sempre parcheggiata davanti all’abitazione di via Aretino e inspiegabilmente trascurata nelle precedenti indagini. Erano state trovate delle tracce ematiche, dalle analisi era emerso che si trattava di sangue umano. Non è ancora trapelato se sia riconducibile o meno a Rosa Bechere. A gennaio, il nuovo blitz dei carabinieri in via Pietro Aretino dove avevano sequestrato i telefoni dei due indagati. Le indagini si avviano ora a conclusione. Essendo state avocate dalla Procura generale non sono possibili proroghe. Maria Giovanna Meloni è difesa dagli avvocati Angelo Merlini e Giuseppe Bonomo, Giorgio Beccu, da Giampaolo Murrighile. I familiari di Rosa Bechere sono assistiti dagli avvocati Abele e Cristina Cherchi ed Edoardo Morette.

Primo Piano
Il voto

Referendum, vince il No con il 53,7%. Affluenza al 59%. Meloni: «Rispettiamo la decisione e andiamo avanti». Nordio: «Non è un voto politico» – Risultati e reazioni

di Luca Barbieri, Mario Moscadelli, Federica Scintu e Tommaso Silvi
Le nostre iniziative