Tenores di Neoneli, 50 anni di canto: «Una lunga storia nata per caso, la tradizione che parla al presente»
Il fondatore Tonino Cau racconta la sua vita e i temi che gli stanno a cuore: «La lingua sarda, la collaborazione con Elio, i viaggi, i giovani e il futuro»
Cantare, per i Tenores di Neoneli, non è mai stato un esercizio di conservazione nostalgica, ma un atto continuo di scelta e responsabilità. Rischiare di rinnovare senza tradire, di prendere posizione senza semplificare, di portare una musica arcaica nel mondo contemporaneo. A cinquant’anni dalla nascita del coro, il fondatore e mesu oghe Tonino Cau racconta un percorso in cui la tradizione non è mai stata un rifugio, ma uno strumento per leggere il presente e immaginare il futuro della Sardegna. Insieme a lui oggi cantano Peppeloisu Piras, Ivo Marras, Angelo Piras e Roberto Dessì.
Tonino Cau, partiamo subito dall’anniversario: mezzo secolo dei Tenores. Che effetto fa? «Ha un sapore del tutto speciale, perché c’è stata una casualità molto bella. L’11 febbraio, infatti, canteremo a Venezia, per la prima volta fuori dall’isola quest’anno, nello stesso posto in cui cantammo per la prima volta fuori dai confini isolani cinquant’anni fa, ovvero alla Scuola grande confraternita di San Teodoro, vicino al ponte di Rialto».
Mi racconti che cos’è oggi la Sardegna per lei.
«È un insieme inscindibile di cose. È luogo del cuore, quello che quando sei lontano non vedi l’ora di ritrovare. È lingua dei padri, con la quale continuo a esprimermi e che divulgo in ogni occasione possibile, attraverso i libri, i versi e naturalmente il canto. Ma è anche ferita aperta: gli incendi, la piromania, lo spopolamento, problemi atavici mai risolti. E allo stesso tempo una possibilità enorme, con potenzialità ancora largamente inespresse».
Neoneli viene spesso definito “paese della cultura”. Cosa ne pensa?
«Fino a qualche anno fa era anche “il paese del coro”. Se oggi viene raccontato come paese della cultura ne vado fiero, perché la comunità beneficia davvero di un traffico intellettuale importante, grazie alle iniziative del Comune e di tanti giovani, “Licanias” su tutte. I Tenores esistevano molto prima di qualsiasi etichetta, ma è un orgoglio far parte di un apprezzamento culturale condiviso con il nostro paese, da cui tutto nasce».
Quando ha capito che il canto a tenore non era solo tradizione, ma una scelta di vita?
«All’inizio era una passione quasi primordiale. Siamo nati come coro osservando e ascoltando altri gruppi. Io vivevo a Oristano, figlio di neonelesi, e il paese per me era libertà, natura, amicizie, tradizioni. Non avrei mai immaginato di passare mezzo secolo sui palchi del mondo. C’è stato un momento in cui il canto è diventato un impegno totale, creativo ed emotivo. Misurarti con il pubblico e con artisti straordinari ti dà energia: finché ce n’è, vai avanti».
Si ricorda le prime volte dei Tenores?
«Tutto è cominciato quasi per caso, in un bar di Neoneli, ascoltando al juke-box i grandi cori. Provammo ovunque: case, bar, contrade, feste. Con il coraggio degli incoscienti accettammo le prime occasioni. E cominciai a scrivere versi, affrontando subito temi duri e attuali. Non erano poesie perfette, ma erano nostre. Abbiamo rischiato, come deve fare ogni artista».
Lei canta da mezzo secolo e immagino la voce sia cambiata con l’età: cosa si perde e cosa si guadagna?
«La voce cambia fisiologicamente. Il cambiamento è più quantitativo che qualitativo: diminuiscono potenza ed estensione, ma la qualità resta. Chi ha una bella voce da giovane la mantiene anche col tempo, in modo diverso. Accuso una minore resistenza, questo sì. Ma finché posso cantare, non mi fermo».
Che tipo di comunità rappresenta oggi un coro come il vostro?
«Cantare in tre o quattro obbliga a un affiatamento assoluto. Ogni minimo gesto influisce sull’armonia: uno sbadiglio, un colpo di tosse possono rompere tutto. Se manca l’ascolto reciproco, manca tutto. Noi, che cantiamo insieme da tanto tempo, siamo la dimostrazione che questo equilibrio può reggere nel tempo».
Parliamo di tradizione: secondo lei va custodita o rinnovata?
«Entrambe le cose. I moduli antichi, i ritmi, sos trazos, vanno messi in sicurezza. Ma la tradizione deve saper parlare al tempo che vive. I nostri padri lo facevano con il loro presente. Noi abbiamo scelto di affrontare temi di attualità, storia, politica, ambiente, amore. La gente ha capito questo approccio, altrimenti non saremmo durati cinquant’anni».
A proposito di rapporti duraturi, è storica ormai la vostra collaborazione con Elio, front-man di Elio e le Storie Tese.
«Sono 30 anni di amicizia. Ci siamo conosciuti a Sassari nel 1992, lui ci sentì e rimase estasiato. Due anni dopo gli proposi un brano, con una parte scritta per lui in italiano. Mi disse che avrebbe voluto cantare con noi solo in sardo, e che se l’avessimo guidato ci sarebbe riuscito. Così è stato, e i NeonElio sono arrivati fin qui. Rinnoviamo il piacere di cantare insieme proprio a ridosso dell’evento di Venezia, il 19 febbraio a Milano, alla Triennale, con due concerti di cui il primo già sold out».
Quando un canto antico incontra palchi internazionali e contaminazioni dov’è il confine?
«Non abbiamo mai visto un confine netto. Il rispetto sta nel mantenere intatti ritmi e strutture. La trasformazione avviene nei testi, nei contesti, negli incontri. Abbiamo collaborato con musicisti sardi, italiani e internazionali. Noi cantiamo a tenore, cambia il paesaggio. Come i nuraghi: il mondo intorno muta, loro restano».
Ha mai temuto che il successo potesse addomesticare una musica aspra?
«No. Le nostre voci restano arcaiche e graffianti. Al massimo possono essere impreziosite, mai addomesticate. Il canto a tenore ha una forza che resiste».
La Sardegna che cantate è cambiata in questi cinquant’anni?
«È cambiata molto, ma molti problemi restano. Noi cantiamo ostinatamente la Sardegna dei suoi grandi personaggi e delle sue contraddizioni: Eleonora d’Arborea, Gramsci, Berlinguer, Lussu, Gigi Riva. È il nostro modo di stare dentro il presente senza rimuoverlo».
I giovani sono davvero lontani dalla tradizione?
«Molto meno di quanto si dica. Il progetto con Elio, per esempio, ha avvicinato generazioni diverse. All’inizio ci furono critiche, ma oggi è evidente che i giovani hanno capito che la tradizione può essere viva, ironica e contemporanea».
La lingua sarda resiste?
«Resiste se la usi. Per me è una scommessa di vita. Ho scritto tredici libri, dodici dei quali in limba, e decine di migliaia di versi poi cantati sui palchi. Finché una lingua viene detta e cantata, non muore».
Un artista deve prendere posizione?
«Se canti testi impegnati, la posizione la prendi comunque. È un rischio, ma l’arte è rischio. Il giudizio finale spetta sempre al pubblico».
Cosa resterà dei Tenores de Neoneli tra altri 50 anni?
«I viaggi passano, ma restano i libri, i dischi, le produzioni, le testimonianze. È la traccia concreta di mezzo secolo di lavoro, un patrimonio per chi vorrà capire questa storia».
Un suono per raccontare la Sardegna a chi non l’ha mai ascoltata?
«Sceglierei “Finas a cando?”, preghiera laica e una domanda aperta sul futuro, significa assumersi una responsabilità verso una terra che abbiamo solo in prestito da chi verrà dopo di noi».

