La Nuova Sardegna

L’iter parlamentare

«I cavalli non si mangiano», la proposta di tre parlamentari contro la macellazione: ecco chi sono

di Luigi Soriga
«I cavalli non si mangiano», la proposta di tre parlamentari contro la macellazione: ecco chi sono

Equidi riconosciuti come animali d’affezione: divieti, registro nazionale e svolta culturale

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Sassari C’è un momento, nella vita di un cavallo, in cui la pista finisce. C’è un camion. Un viaggio lungo. E, al traguardo, il macello. È su quell’ultima corsa che il Parlamento italiano, per la prima volta, ha deciso di mettere le mani. Alla Camera è iniziato l’iter di una proposta di legge dal titolo asciutto: “Norme per la tutela degli equini e loro riconoscimento come animali di affezione”. Prima firma Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente. A quel testo (A.C. 48, tredici articoli) si sono aggiunti quelli di Susanna Cherchi (M5S) e Luana Zanella (Avs). Tre proposte, un unico nodo: dire che gli equidi non sono carne. Sono compagni di vita. Equidi: parola larga. Dentro ci stanno cavalli, asini, pony, muli, bardotti. Animali che hanno costruito città, arato campi, portato soldati, accompagnato bambini. E che oggi, in Italia, sono ancora classificati come animali da reddito.

La legge vuole cambiare lo sguardo prima ancora del codice. Riconoscere agli equidi lo status giuridico di animali d’affezione. E quindi vietare macellazione, esportazione per macello, vendita e consumo di carni. Vietare l’allevamento a scopo alimentare. Vietare spettacoli pericolosi o stressanti, sfruttamento eccessivo, sperimentazioni scientifiche, perfino la clonazione. Tradotto: sottrarre il cavallo alla filiera industriale.

Le sanzioni non sono simboliche. Reclusione da tre mesi a tre anni per chi alleva equini a fini alimentari. Multe da 30 mila a 100 mila euro, con aggravanti se la carne finisce sul mercato. Obbligo di iscrizione in un registro nazionale e di transponder sottocutaneo. Dicitura automatica “Non Dpa”: non destinato alla produzione alimentare. Una formula burocratica che chiude la porta al macello. È una rivoluzione culturale? Forse la fotografia dice che la rivoluzione è già in corso.

Secondo Istat, le macellazioni sono scese da oltre 70 mila capi nel 2012 a circa 22 mila nel 2024. Un crollo verticale. Solo il 17% dei consumatori di carne dichiara di mangiare cavallo almeno una volta al mese. L’83% dice no. E tra questi, la maggioranza parla di empatia. Parola che in politica pesa poco, ma nel sentire collettivo pesa moltissimo. Nel 2023 l’associazione Animal Equality Italia ha raccolto 247 mila firme per chiedere il divieto di macellazione. In Europa un precedente c’è già: la Grecia ha vietato il macello equino dal 2020. Il punto, però, non è solo la bistecca. È l’immaginario.

Nel mondo anglosassone mangiare cavallo è quasi un tabù. In Italia no: siamo tra i maggiori consumatori europei. Ma l’ippodromo, il circo, il palio, la carrozza turistica sui sampietrini sotto il sole di agosto o la pioggia di novembre raccontano una contraddizione più grande. L’animale nobile trasformato in macchina. Spremuto nelle corse ufficiali, nelle clandestine, nelle sagre medievali che diventano moderne arene. Poi, quando non corre più, prodotto usa e getta. Brambilla lo dice con una frase che è già slogan: “Gli amici non si mangiano”. È un’affermazione che divide. Perché c’è una filiera, seppur ridotta, che resiste. C’è una tradizione alimentare in alcune regioni. Il Parlamento ora dovrà rispondere. Stabilire se il cavallo appartiene al recinto della stalla o al perimetro della famiglia allargata degli animali da compagnia. Se è ancora carne o se è memoria vivente della nostra storia. Forse la verità sta negli occhi di chi ha visto un cavallo correre libero almeno una volta. In quella potenza silenziosa che non chiede nulla, se non di non essere tradita. Se la legge passerà, l’ultima corsa non sarà più verso le lame del macello. Sarà, finalmente, una corsa senza camion in attesa alla fine della pista.

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