Da Jerzu alla Champions League: l’agente dei calciatori che va a caccia di talenti – Ecco la sua storia
Samuele Mura, 38 anni, racconta la vita a Londra. Gli inizi, la fama dei procuratori, il lavoro con Roberto Carlos e Modric
Se non sogni di diventare un calciatore, quantomeno sogni di entrare nel dietro le quinte del calcio. E Samuele Mura, 38 anni, si trova esattamente lì. Nei backstage dei campi da calcio più importanti del globo, quelli della Premier league. Tra le stelle di Manchester city, Liverpool, Arsenal, Chelsea, Tottenham. Dove lo sport più popolare al mondo è nato. Mura, di Jerzu, è l’agente di alcuni talenti promettenti, a Londra. Nella sua biografia scrive: «Aiutare i calciatori a far accadere le cose».
La prima volta che ha parlato alla Nuova era il 2021, raccontava le sue origini e il sogno di una carriera stabile come agente di calcio, adesso come procede?
«Gli ultimi cinque anni sono stati molto importanti, idee e progetti si sono consolidati. Probabilmente l’immagine di questo percorso è che dalla piccola Jerzu sono arrivato all’esordio in Champions League con la maglia dell’Arsenal di un giocatore che seguo».
La vetrina che ogni calciatore al mondo sogna.
«Sì. Si tratta di Andre Harriman-Annous. Attraverso l’agenzia, “Entourage football”, abbiamo iniziato a seguire la sua crescita a 16 anni. Sia chiaro, il merito è del lavoro che fa lui sul campo, ma cerchiamo di sostenere il ragazzo in ogni aspetto. Ha firmato il primo contratto da professionista, ha esordito in Champions (a novembre in Slavia Praga-Arsenal 0-3, ndr). Vogliamo fare questo: seguire pochi giocatori ma affiancarli in modo diverso».
Per esempio?
«Negli ultimi anni la figura dell’agente è cambiata, le agenzie hanno uno staff sempre più strutturato. Prima era visto in male anche l’allenamento integrativo, invece adesso lo fanno in molti».
Cioè intende dire che oltre agli allenamenti con la squadra, oggi un calciatore ha anche il suo staff personale con cui allenarsi a parte?
«In questo senso è importante anche il lavoro off season. Prima c’erano le vacanze: adesso il giocatore stacca dalle partite, sì, ma lavora per farsi trovare preparato al ritiro».
Ma il calcio non si ferma più al rettangolo di gioco.
«No, infatti. Con l’agenzia seguiamo anche molto di quello che c’è fuori. Penso ai rapporti commerciali, al personal brand. Su questo lato seguiamo gente come Roberto Carlos, Luka Modric, Gilberto Silva, Marco Materazzi».
Girano numeri importanti?
«Sì. Carlos fattura quasi più oggi di quando giocava. Lui ha un ruolo importante, è anche ambasciatore del Real Madrid, è uno di quelli con il calendario più fitto, insieme a Ronaldinho».
Calendario di eventi promozionali immagino.
«Molti brand ci contattano magari per averlo come ospite di eventi, sì. Specie in Asia».
Quando arrivò Cristiano Ronaldo alla Juventus, c’era una frase che si sentiva spesso dire: giocatori così importanti sono delle imprese.
«E i calciatori ormai sono imprenditori di loro stessi. Muovono un grande entourage di persone, hanno tante richieste».
Altra cosa che diciamo in Italia è che non sappiamo valorizzare i nostri giovani, è così?
«Manca la fiducia. Non è vero che non ci sono giovani forti nel calcio italiano, altrimenti le nazionali under-15, under-16 e under-17 andrebbero malissimo. Non è così. Ci sono talenti molto forti, manca il passaggio tra settore giovanile e prima squadra».
Ma non abbiamo più una generazione di fenomeni, sembra.
«Se è vero che i Totti, i Maldini, i Del Piero erano fortissimi, è anche vero che qualcuno aveva il coraggio di farli giocare giovanissimi».
Mura, mi parli di lei. Si è abituato alla vita londinese?
«Sì, ormai sì. Vivo qui dal 2014, mi trovo bene. Ma amo la Sardegna, questo ci tengo a dirlo: torno ogni anno almeno quattro o cinque volte. Sono nato in Inghilterra, sono cresciuto nell’isola, a Jerzu. Entrambe fanno parte di me».
Quando accenna alle sue origini cosa le dicono?
«Ah guarda c’è una frase che mi dicono subito: “Che ci fai qua?”. In realtà non molti conoscono la Sardegna. Tutti parlano semmai della Sicilia. Chi conosce la nostra isola sa il paradiso che abbiamo e si chiede perché abbia deciso di trasferirmi».
Ha avuto i suoi motivi. Il lavoro, la ricerca di futuro.
«Sì esatto».
Prima del calcio, si era fatto un nome come imprenditore con un’attività di traslochi internazionali. Esiste ancora?
«Sì, il team si è allargato, ci sono anche tanti ragazzi sardi che mi aiutano a portare avanti “Traslo service”. Ma io mi sono distaccato, è un’attività marginale. L’idea era nata quando lavoravo per un’azienda di trasporti, spesso non si trovava una soluzione per famiglie che avevano bisogno di traslocare tra Inghilterra e altri Paesi. Da lì senza budget ho creato da zero un sito e un logo».
Ha avuto spirito di intraprendenza, era molto giovane.
«Ero in una situazione difficile, anche economicamente. Avevo deciso di fare l’università e poi avevo mollato, era una situazione dove o riuscivo a monetizzare o riuscivo (ride)».
Penso a Mino Raiola, Federico Pastorello, Andrea D’Amico, procuratori divenuti popolari. Però la figura dell’agente viene malvista dai tifosi, specie se un loro idolo va in un’altra squadra. Perché?
«La colpa è nostra, l’agente si è sempre nascosto e raccontato poco, e la narrazione è stata in mano ai club o ai giocatori. Il tifoso non ha mai capito a fondo l’importanza di questa figura. Ma la colpa è nostra, ripeto. Per questo su youtube cerco di condividere tutto il dietro le quinte del lavoro e spiegare che quel che facciamo non si limita alle commissioni dei trasferimenti. Con i giocatori e i club affrontiamo le difficoltà, i momenti di crisi».
Tra i suoi talenti c’è Andrea Pibiri.
«Sì, centrocampista classe 2009 del Cagliari, è stato convocato dalla nazionale italiana under-17. Mi fa doppiamente piacere perché è sardo».
