Cosetta Prontu, presidente della Lida si racconta: il rifugio, le adozioni dei cani abbandonati, l’aiuto di star come Elisabetta Canalis
Olbia, una vita dedicata ai Fratelli minori: «Accogliere, aiutare: l’amore per ogni essere vivente mi è stato insegnato così»
Il suo nome è già una storia. Cosetta, come la Cosetta dei Miserabili. Glielo diede suo padre, rimasto orfano a sette mesi e cresciuto nella povertà. Da lui ha imparato che quando hai qualcosa devi darla agli altri, che la dignità sta nell’aiutare chi è più fragile. Non è una frase fatta: è il filo che tiene insieme tutta la sua vita. Nata a Grosseto, è arrivata in Sardegna per conoscere la terra delle sue radici familiari. Prima Budoni, poi Olbia. E qui si è fermata. Dal 1999, da presidente della Lida, guida il rifugio” I Fratelli Minori”. Un percorso, il suo, fatto di amore per gli animali, ma anche di battaglie, denunce, accuse e resistenza.
Quando è nato questo grande amore per gli animali?
«È sempre stato dentro di me. Sono cresciuta in campagna. Mio padre tornava a casa con un gattino o un cane trovato per strada. Li accoglievamo, li nutrivamo. Per noi era naturale. L’amore per ogni essere vivente mi è stato insegnato così».
Appena è arrivata in Gallura si è subito occupata di randagi?
«Sì. Non riuscivo a voltarmi dall’altra parte. Portavo cibo ai cani che vivevano nei terreni abbandonati, cercavo veterinari disponibili, organizzavo sterilizzazioni quando potevo. Spesso tenevo gli animali in casa, perché non avevo altro posto».
E poi è entrata in contatto con la Lida.
«Avevo sentito parlare di Mara Magnanensi, che aveva fondato la Lida, ma non la conoscevo ancora personalmente. Un giorno, durante un viaggio in aereo, una signora di Olbia, Maria Rosaria Carrassale, mi disse che mi aveva vista occuparmi dei cani randagi e volle lasciarmi 500 mila lire. Io non volevo accettare. Poi capii che quei soldi potevano servire per qualcosa di più grande. Cercai Mara e le consegnai quella somma. Da lì è iniziato il nostro rapporto».
Arriviamo al 1999, quando è nato il rifugio Fratelli Minori. Come sono stati i primi anni?
«Molto difficili. Non c’erano mezzi, non c’erano risorse. C’era solo la volontà. Il rifugio nasce per dare una seconda possibilità agli animali abbandonati e maltrattati. Ogni giorno era un’emergenza: cani legati senza cibo né acqua, gattini buttati nei rifiuti, animali investiti e lasciati agonizzanti. Ogni storia era un grido di dolore, ma anche un’opportunità di rinascita. Negli anni il rifugio ha accolto centinaia di cani e gatti, ognuno dei quali ha lasciato un’impronta indelebile nel mio cuore».
Qual è stata la parte più difficile del suo lavoro?
«Denunciare maltrattamenti e abbandoni. Ogni denuncia è una battaglia legale lunga e faticosa, ma necessaria. Ho segnalato cani tenuti alla catena giorno e notte, cuccioli lasciati in condizioni disumane, situazioni di violenza».
Ma questo impegno ha avuto anche pesanti conseguenze...
«Sì, minacce, insulti, intimidazioni. Sono stata definita “rompiscatole”. Ma non denunciare sarebbe stato peggio».
Lei parla spesso di un paradosso. Di cosa si tratta?
«La legge prevede che i cani randagi e quelli dei rifugi vengano sterilizzati. Ma spesso mi sentivo rispondere che non c’erano fondi o che le liste erano infinite. Intanto il numero dei cani cresceva, le cucciolate si susseguivano e il ciclo di sofferenza continuava. Di fronte a questo muro, ho cercato altre soluzioni. Abbiamo iniziato a sterilizzare nelle cliniche private, con i pochi fondi che avevamo e l’aiuto di chi credeva in noi. Poi con il sostegno di un’associazione tedesca siamo riusciti a sterilizzare gratuitamente 188 animali».
E poi cosa è accaduto?
«Che è arrivata una denuncia da parte della Asl e del Comune per quelle sterilizzazioni effettuate tramite l’associazione estera. È stato un colpo durissimo, ingiusto. Perché io combattevo per il bene degli animali. La denuncia non ebbe seguito, perché non avevo commesso nessun reato: avevo fatto solo ciò che era giusto. Ma quella battaglia, per quanto assurda, è stata anche un punto di svolta. Denunciare è necessario, ma non basta. Bisogna costruire ponti, aprire dialoghi, creare collaborazione. Oggi collaboriamo con la Asl, con i Comuni, con altre realtà del territorio».
Ma lei ha anche ricevuto un’accusa pesantissima: quella di mandare cani in Germania per interessi economici.
«Sono stata addirittura accusata di vendere i cani per la vivisezione. Sono stata umiliata, maltrattata, additata come un mostro. Hanno fatto esposti, creato un’ondata di odio. L’Interpol è andata a verificare le famiglie adottive. Hanno trovato la verità: i nostri cani vivono bene, amati. Le adozioni internazionali hanno salvato molti animali che qui non avrebbero trovato famiglia. La prova del mio amore è Gegé, adottato proprio in Germania. Chi ci conosce sa quanto io abbia amato quel cane. L’ho mandato a Berlino perché sapevo che lì c’era una famiglia che lo avrebbe amato più di me».
In questi anni vi sono stati vicini anche personaggi conosciuti come Elisabetta Canalis o la vincitrice del Grande Fratello Jessica Morlacchi che ha devoluto parte della sua vincita ai canili, tra cui quello di Olbia. Quanto conta questo sostegno?
«Conta molto, perché hanno una voce potente. Quando una persona conosciuta sceglie di sostenere una realtà come la nostra, accende un faro su un problema che spesso si preferisce non vedere. Il loro esempio arriva lontano e può spingere altre persone a fare la propria parte».
Ma accanto ai volti noti c’è anche una solidarietà che non fa rumore.
«Ed è immensa. C’è chi ha donato cento cucce termiche (una sola costa 400 euro) senza chiedere nulla in cambio, chi ha acquistato un furgone omologato per il trasporto degli animali quando il nostro si è rotto, chi contribuisce con materiali di prima necessità. Per me hanno lo stesso valore di chi è sotto i riflettori».
Che anno è stato il 2025 per la Lida di Olbia?
«Un anno importante. Un anno che ci ha fatto fermare un attimo e guardare indietro con orgoglio. 1.056 vite trasformate: 718 cani adottati e 338 gatti. Numeri che raccontano mesi di lavoro continuo, cure veterinarie, riabilitazioni comportamentali, sterilizzazioni, emergenze improvvise. Raccontano gattini orfani allattati artificialmente, colonie feline sterilizzate per interrompere il ciclo dell’abbandono, cani traumatizzati che hanno imparato di nuovo a fidarsi dell’uomo.
Tra tutte le adozioni, ce n’è una che porta nel cuore?
«Quella di Jimmy. Un cane dolcissimo arrivato al rifugio dopo aver vagato per giorni, Una principessa è arrivata in modo riservato per conoscerlo. Poi è tornata con il marito e quando lui si è avvicinato al recinto si è messo a piangere. Jimmy gli ha appoggiato la zampa sul braccio, come per consolarlo. È stato un momento che ci ha spezzato il cuore. Poco dopo è partito con loro per una nuova vita».
Oggi qual è la sfida più grande?
«La ristrutturazione del rifugio. Dobbiamo mettere a norma alcune aree, adeguare i recinti, migliorare gli spazi per garantire condizioni sempre più dignitose e sicure. Il progetto si chiama “Il Sogno di Salvo”, dal nome di un cane sopravvissuto a maltrattamenti gravissimi. È diventato il simbolo della nostra missione: trasformare la sofferenza in speranza».
Dopo tutte le battaglie, le accuse, le difficoltà, cosa la sostiene ancora?
«Credo negli angeli. E io li incontro ogni giorno a quattro zampe. Sono loro che mi danno la forza di andare avanti».

