Pier Francesco Loche: «La tv di Avanzi non esiste più, arrivai in Rai grazie a Benito Urgu»
Di Cagliari ma nato a Sassari, è legato a una delle pagine più belle della televisione italiana
Il suo nome è legato a una delle pagine più belle di sempre della televisione. Chi è stato telespettatore negli anni Novanta non può non ricordare show come “Avanzi” o “Tunnel” firmati dalla banda Dandini. In questo gruppo di autori e attori fenomenali c’era anche Pier Francesco Loche, sardo di Cagliari ma nato a Sassari, indimenticabile nei panni del telegiornalista che intervistava Moana Pozzi, alias Sabina Guzzanti, che poi, nell’edizione successiva, aveva deciso di candidarsi a capo di uno schieramento tutto suo, “L’uomo venuto dal mare”.
Da allora sono passati più di trent’anni, Loche non fa più tv, anche perché la tv di oggi non ha nulla a che fare con quella genialità, ma il palcoscenico, che si tratti di teatro o di musica, resta la sua casa. Loche, nato a Sassari ma cagliaritano.
«Io sono orgogliosamente sassarese, ma non solo. Io sono nato a Sassari, perché mio padre lavorava lì. Ma ho anche trascorsi nuoresi, ho fatto il liceo De Castro a Oristano, per poi fare ritorno a Cagliari. Quando, però, tornavo a Sassari con la macchina targata Cagliari avevo con me sempre i documenti da mostrare. Non si sa mai...».
Da bambino dove si vedeva da grande?
«Mi immaginavo musicista in un trio che componeva musiche. Che poi è quello che ho cercato di fare. Da bambino ho incrociato molto presto la batteria. E ho iniziato a suonare con gli amici. Avevano attrezzature altamente sofisticate, tipo i fustini dei detersivi. Insieme ai bravissimi musicisti Massimo Ferra e Alberto Suskin abbiamo dato vita ai Los Loskos. Ci ispiravamo agli Skiantos, e anche a Frank Zappa. Lo so, non dovrei nominarlo e mi scuso per l’accostamento».
Come arrivò sul palcoscenico?
«Grazie al buon Benito Urgu, che quando avevo 16 anni mi reclutò in un gruppo che lo accompagnava in spettacoli di inverno con il Circo Sardegna, in cui lui sfoderava tutto il suo repertorio di comicità e canzoni...».
Erano gli anni delle mitiche musicassette di Benito...
«Dopo quei primi spettacoli fui reclutato un’altra volta dal buon Benito e nella cassetta “Un giorno in pretura” ci sono anche io. Quella cassetta ha girato parecchio. A me sono sempre piaciuti i mix di musica e interferenze satiriche. Per me teatro e musica si trovano in un unico percorso creativo ed espressivo. Io, infatti, mi definisco un attore-autore».
Com’è arrivato a fare parte della banda Dandini?
«All’Ottocento di Quartu facevo i miei esperimenti di comicità e tra questi un personaggio che era una sorta di giornalista, un embrione di quello che avrei sviluppato poi con Serena e gli altri amici. In quel periodo Benito doveva fare un programma con Piero Chiambretti per Rai 3 e mi disse: “ho sentito Bruno Voglino (capostruttura della grande Rai 3 di Angelo Guglielmi, ndr) e mi ha detto che deve iniziare un nuovo programma di Gianni Ippoliti. Dammi una tua cassetta che se incontro Voglino gliela faccio avere...”».
Mantenne la promessa?
«Dopo un po’ di tempo ricevetti una telefonata: “sono Bruno Voglino”, disse con un accento torinese. E io: “Benito non fare scherzi”. Invece, era veramente Voglino. Gli chiesi se mi stesse chiamando per la trasmissione di Ippoliti. E lui: “la cassetta non l’ha neanche vista, ti chiamo per un’altra trasmissione...”».
Era “Avanzi”.
«Partii per Roma e arrivai negli studi di via Teulada. Nell’andito trovai tanti artisti che aspettavano come me: Maurizio Crozza, Ugo Dighero, Carla Signoris, Mauro Pirovano. Entrai nella stanza e c’erano Serena Dandini e Corrado Guzzanti. Feci un’improvvisazione. Qualche giorno dopo mi arrivò la convocazione e mi ritrovai in quella banda strepitosa».
Com’era il clima tra voi?
«Ci divertivamo moltissimo. I tempi televisivi un po’ condizionano gli sketch, ma noi siamo sempre riusciti a fare improvvisazione. Soprattutto con Sabina grazie alle imbeccate di Serena».
Indimenticabili i suoi sketch con Sabina Guzzanti-Moana Pozzi: “ti tocchi?”.
«Quella non me la scampo più...».
Ha mai incontrato la vera Moana?
«Mai. Ma ai tempi di “Tunnel” veniva in studio Barbarella e disse a me e ad Antonello Fassari che Moana ci guardava...».
“Avanzi” fu un successo straordinario di critica e di pubblico.
«Merito di un gruppo di autrici fenomenali, non solo Serena ma anche Linda Brunetta e Valentina Amurri, e autori come Fabio D i Iorio. Un’altra forza del programma era poi dovuta al fatto che molti di noi non avevamo tutta questa dimestichezza con il mezzo televisivo, non ci misuravamo con la tv in sé e per questo siamo riusciti a non prenderci mai troppo sul serio. E poi Rai 3 aveva un grande direttore come Angelo Guglielmi che ha creato una televisione sperimentale in un periodo storico che lo ha permesso: c’era stata Mani pulite e si era creata una sorta di interregno e la libertà di espressione si è potuta valorizzare. In quel periodo il Paese aveva ben altri problemi...».
La vittoria di Berlusconi ha influito sul vostro percorso televisivo?
«Credo che Berlusconi abbia influito su tante cose, noi forse siamo l’ultima... Certamente c’è stato un cambiamento culturale significativo. Dal dare spazio a programmi satirici che instillavano dubbi e stimolavano riflessioni si è passati a un altro tipo di proposta, un tipo di intrattenimento che non doveva instillare dubbi e stimolare riflessioni. La nostra satira faceva anche informazione, sopperiva alle lacune della stampa. Figurarsi se questa cosa in epoca berlusconiana poteva essere gradita».
E lei cosa ha fatto dopo “Tunnel”?
«Rubo una frase da un film di Sergio Leone, che a sua volta aveva mutuato da Proust: sono andato a letto presto».
Ma nel 1997 ha fatto la sitcom “Disokkupati” con Paolo Ferrari.
«Nacque da una mia idea. Era la Rai 2 di Carlo Freccero, che promosse anche “Raiot” con Sabina. Ma tutto è finito con quella programmazione. Oggi oltre casi felici come Crozza non c’è altro. La satira è relegata al siparietto nei programmi di informazione».
Con la banda Dandini vi sentite sempre, avete una chat whatsapp?
«Non ci si sta sentendo più di tanto. Ogni tanto qualche messaggio con Corrado. Con Antonello ci sentivamo. Con Francesca Reggiani ci vediamo sempre quando viene in Sardegna. Serena invece non l’ho più sentita, ma se viene in Sardegna a presentare il nuovo libro andrò a salutarla. Le occasioni di fare qualcosa insieme sono sfumate, ma non è mai venuto meno l’affetto».
Ha rimpianti nella sua carriera?
«A programmi come “Avanzi” avrei sempre detto sì, ma non c’è più stata l’occasione. Quello era il mio habitat naturale. Anche se mi sono sempre messo alla prova. Ho lavorato anche nelle fiction, un terreno a me meno congeniale, ma ho avuto la fortuna di affiancare Nino Manfredi, Marcello Mastroianni. E ho lavorato anche con un grande sassarese come Antonello Grimaldi, che mi ha sempre trattato da traditore...».
E ora sta lavorando con un grande berchiddese, Paolo Fresu.
«Ci si conosceva da ragazzini, dai tempi del grande Billy Sechi, avevamo tanti amici in comune, come Paolo Carrus, Salvatore Maiore, Massimo Carboni, e ogni volta che ci si è visti c’era l’idea di fare qualcosa assieme. Un giorno ci siamo ritrovati a un tributo a Massimo Ferra e ci siamo resi conto di avere perso tanti amici comuni. Ci siamo detti: perché non facciamo uno spettacolo e raccontiamo quel periodo del jazz? Paolo mi ha dato carta bianca ed è nato “Una verissima storia del jazz”, prodotto da Insulae Lab. Sul filo della memoria e con l’atteggiamento di un sedicente rigoroso ricercatore, un batterista, osservatore partecipante all’interno della comunità dei jazzisti nella Sardegna degli anni ‘80, ne ricostruisco la vicenda con una sorta di “soliloquio musicato”. Ma senza alcun tono funereo stile Paolo Frajese».
Ma nella sua vita c’è anche l’insegnamento.
«A Quartu c’è un centro diurno, “Vela blu”, in cui, da quando ho iniziato ad andare a letto presto, mi affianco a ragazzi che hanno sensibilità per la musica».
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