Fine vita, il caso sardo di Vittoria: la Asl valuta un’ultima strada. Lei non arretra: «Toglietemi il dolore, così continuerò a vivere»
La donna malata di sclerosi multipla e paralizzata aveva chiesto di poter morire
Sassari Il soffitto è sempre lì, bianco e immutato. Ma oggi, in quella stanza di Sindia dove la sclerosi multipla ha confinato Vittoria Gammone per vent'anni e dove si sta faticosamente organizzando un addio, c’è uno strano conto alla rovescia, meno formale e più umano. Quell'atto amministrativo che sancirà il suicidio assistito, così distante e impersonale, ha finalmente assunto un volto, una voce e, soprattutto, una capacità di ascolto. La commissione medica multidisciplinare dell'Asl ha varcato la soglia di quella stanza e, di fronte a sé, non ha trovato solo un fascicolo o una “paziente zero in attesa di fine vita”. Ha trovato Vittoria.
I medici si sono seduti accanto a quel lenzuolo e hanno scoperto la donna che c'è sotto. Hanno incontrato un'ottantaquattrenne dal corpo ingessato dalla malattia, ma dallo spirito incredibilmente vigile. Hanno percepito la sua arguzia, l'intelligenza brillante di chi da giovane ha amato ballare e non ha mai smesso di far danzare i pensieri.
«Questa commissione è molto umana», confida la figlia Emanuela, che da dieci anni è il guscio protettivo di sua madre. «Hanno visto che mamma è molto vitale, dispiace anche a loro. Vogliono tentare tutto».
Ed è proprio qui che il percorso verso il suicidio medicalmente assistito (richiesto da Vittoria lo scorso febbraio per poter finalmente premere l'interruttore della propria esistenza), subisce una doverosa e profonda deviazione clinica. Prima di accompagnarla verso quell'uscita di scena che lei stessa ha invocato («Auguratemi in bocca alla morte – le piace dire – non scomodate il lupo»), la medicina ha il dovere, e in questo caso il sincero desiderio, di provare a restituirle un barlume di vita.
L'iter adesso prevede un ricovero imminente per effettuare nuovi e approfonditi accertamenti. L'obiettivo non è prolungare l'agonia, ma combattere il dolore insopportabile che, ad oggi, sfugge persino al controllo della morfina. I medici vogliono tentare una terapia del antalgica mirata e aggressiva per capire se esista ancora un margine per garantire a Vittoria una qualità di vita che si possa definire “accettabile”.
Vittoria è sfinita, stanca di lottare contro un corpo divenuto prigione. Eppure, la sua lucida intelligenza non le preclude la capacità di accogliere una possibilità concreta. Di fronte ai medici, la sua risposta è stata come sempre pragmatica: «Se riuscite a togliermi il dolore e rimettermi almeno in carrozzina, se ne può parlare».
Non è un passo indietro sulla sua volontà, ma una sfida lanciata alla scienza: se potete restituirmi un frammento di dignità, provateci. In caso contrario, la strada estrema resterà l'unica liberazione possibile.
Il soffitto bianco di Vittoria, oggi, fa un po’ meno paura. C'è ancora il dolore, c'è ancora la consapevolezza di una malattia spietata, e la pratica per il fine vita rimane sul tavolo, in attesa di capire se la terapia avrà successo.
«Mamma verrà ricoverata la prossima settimana. Le somministreranno la terapia, la terranno in osservazione. Non sappiamo le tempistiche e per quanto tempo andrà avanti questa nuova fase. Dipenderà probabilmente da come lei reagirà».
Ma per la prima volta da mesi, Vittoria ed Emanuela non si sentono più abbandonate. Sanno che, prima di dover dire addio, c'è una rete di persone pronte a fare il possibile per provare a riaccendere, anche solo per un po’, quella luce che la malattia ha provato a spegnere.
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