Caldo e degrado, ora la Sardegna rischia di diventare un deserto – L’intervista
L’agronomo Pier Paolo Roggero lancia l’allarme: «Fondamentale una corretta gestione del territorio»
Sassari C’è un’isola che silenziosamente evapora. È la Sardegna dei campi abbandonati, della terra color ocra che si sgretola al sole. Un’isola che rosicchia il suo stesso suolo, pezzo dopo pezzo. Fino al 66% in Gallura. Un referto clinico spietato, dove la parola “deserto” diventa geografia. Lo sa bene il professor Pier Paolo Roggero, agronomo e scienziato della Facoltà di Agraria di Sassari, abituato a pesare la desertificazione sui monitor satellitari, che questa epidemia di polvere la studia da anni.
Qual è l’attuale percentuale di territorio sardo a rischio desertificazione?
«Questi dati vengono raccolti attraverso immagini satellitari, calcolando indici legati alla produttività della vegetazione. La situazione varia molto a seconda delle zone: in Gallura, per esempio, una recente indagine dell’Ispra stima che la percentuale di territorio soggetto a degrado oscilli tra il 38% e il 66%. Sono analisi che confrontano l’evoluzione del suolo nel corso di decenni, seguendo gli standard della Convenzione Onu. Dobbiamo però saper interpretare i numeri. Il degrado dipende dai cambiamenti climatici, certo, ma anche da come l’uomo gestisce il territorio. In Sardegna abbiamo molte aree vulnerabili per natura, con forti pendenze e suoli poco profondi. Non siamo la Pianura Padana, ed è fisiologico avere una sensibilità maggiore a questi fenomeni».
Quali sono i campanelli d’allarme? C’è un aumento nella velocità con cui il suolo si impoverisce?
«La desertificazione non riguarda solo la perdita di terra fertile, è un fenomeno molto più complesso. Il primo campanello d’allarme è ovviamente climatico, legato al riscaldamento globale e all’aumento di anidride carbonica: secondo molti studiosi siamo ormai vicini a un punto di non ritorno. Il secondo indicatore, invece, riguarda le nostre azioni. In Sardegna, negli ultimi decenni, l’abbandono delle campagne ha portato a un forte aumento della copertura boschiva. Molti pensano sia un bene, l’esatto opposto della desertificazione, ma in realtà crea un enorme problema idrico. Mi spiego: gran parte delle piogge in Sardegna scarica meno di 10 millimetri d’acqua alla volta. Se c’è un bosco fitto, quasi la metà di quest’acqua viene intercettata dalle foglie ed evapora prima di toccare terra. Inoltre, la fitta macchia mediterranea ha radici profonde che pescano acqua fino a cinque metri sottoterra. Il risultato? Rimane meno acqua per i fiumi, per i laghi e per le falde. Questo non significa che dobbiamo abbattere i boschi, sia chiaro. Significa che la vegetazione va gestita, recuperando per esempio i vecchi sistemi silvo-pastorali, per mantenere l’equilibrio idrologico e ridurre il rischio incendi».
A proposito di incendi e pratiche agricole: quanto incidono sull’inaridimento?
«Fino agli anni’70 e’80 il problema principale era il sovrapascolamento: avevamo troppi animali per la superficie disponibile, e questo causava una forte erosione. Oggi siamo passati all’estremo opposto, l’abbandono totale. Entrambi gli scenari fanno danni, serve equilibrio. Da un lato, lo sfruttamento eccessivo e gli incendi lasciano il suolo nudo, esponendolo all’erosione quando arrivano le “bombe d’acqua” autunnali. Dall’altro, l’abbandono delle terre e il ritorno incontrollato della natura aumentano drasticamente il rischio di roghi. Basti pensare a un inverno molto piovoso: l’erba cresce in abbondanza ma, se non viene brucata dagli animali, in estate si secca e diventa l’innesco perfetto per il fuoco».
Esistono delle pratiche agronomiche in grado di frenare questo processo?
«Sì, la ricerca sta investendo moltissimo in questa direzione. La Commissione Europea ha varato una direttiva per il monitoraggio del suolo, supportata dal programma di ricerca “Mission Soil” da oltre 800 milioni di euro, che promuove “Living lab” tematici per sviluppare azioni concertate sul territorio. Anche l’Università di Sassari è in prima linea: il centro Nrd coordina il progetto europeo “Monalisa”, da 8 milioni di euro, e partecipiamo a diversi altri progetti internazionali come Prima “Nbs360”, orientati a trovare soluzioni basate sulla natura. Le soluzioni passano per sistemi agroforestali gestiti con criterio: progettare bene i sistemi pastorali, potare gli alberi, produrre foraggi valorizzando le leguminose locali, che arricchiscono il terreno di azoto, riducendo la dipendenza da costosi mangimi e concimi di sintesi. Applichiamo l’agricoltura di precisione anche alle zone marginali e di pascolo, in modo da ridurre costi e dipendenza dalle risorse esterne e dal petrolio. Tutto questo, però, richiede competenza. Oggi non si può aprire un’azienda agricola senza studiare».
Alla luce di questi dati, come immagina la Sardegna tra vent’anni?
«Sotto molti aspetti il nostro destino a medio termine è già tracciato. Dal punto di vista demografico i numeri parlano chiaro: avremo una popolazione sempre più anziana e fragile, e lo vediamo già oggi con gli ospedali in affanno. Sul fronte climatico, vent’anni fa avevamo elaborato dei modelli previsionali che oggi risultano persino ottimistici: la velocità dei cambiamenti ha superato le nostre peggiori aspettative. La situazione è grave, eppure manca una programmazione a lungo termine. La Regione ha adottato una strategia di adattamento fin dal 2019, ma l’attuazione è in ritardo, si tratta ancora di gocce nell’oceano. Oggi, per combattere la siccità, ci affidiamo quasi esclusivamente ai laghi artificiali. E per fortuna abbiamo una rete di invasi migliore di altre regioni d’Italia, ma non basta. La siccità colpisce duramente le zone non servite dai consorzi di bonifica, asciugando sorgenti che i pastori anziani non avevano mai visto secche in vita loro. Per affrontare sfide simili non esiste una ricetta unica: serve un approccio cucito su misura per ogni territorio. Ma soprattutto, servono persone preparate a tutti i livelli. Nella pubblica amministrazione sarda abbiamo una percentuale di laureati più bassa rispetto al resto d’Italia, e questo rallenta tutto, anche i pagamenti vitali per la sopravvivenza degli agricoltori. Per vincere questa sfida l’Ai non basterà: dobbiamo investire sui giovani e richiamare in Sardegna i molti cervelli in fuga, e metterli nei posti chiave per costruire un futuro diverso».
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