La Nuova Sardegna

Intervista

Antonella Fancello: «Il 60% della pubblica amministrazione usa già l’intelligenza artificiale senza saperlo»

di Paolo Ardovino
Antonella Fancello: «Il 60% della pubblica amministrazione usa già l’intelligenza artificiale senza saperlo»

La docente sarda tra le “Unstoppable Women” 2026: «Nell’isola serve alfabetizzazione sull’Ia, dallo studente alla zia Maria»

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Sui social dice: «Siamo intelligenze generative naturali». Ma la sua materia preferita è l’intelligenza artificiale. Antonella Fancello guarda il mondo «da Cala Gonone, sono tornata a vivere qui da un po’, di fronte al mare». Impegnata ogni giorno in videochiamate e lezioni online rigorosamente «con il condizionatore acceso», ride. Scelta da StartupItalia tra le “Unstoppable Women” del 2026 («non ci credevo, non so chi mi abbia segnalato, è un gran riconoscimento»), è member board di Aica e senior consultant di Formez Pa e docente universitaria. Abituata a vedere l’informatica non solo con gli algoritmi ma dal punto di vista etico e giuridico.

Parliamo di innovazione e di Ia, la Sardegna è al passo?
«Ho letto proprio sulla Nuova un’analisi, qualche settimana fa, sulle imprese artigiane sarde che, in controtendenza con quel che accade altrove, stanno mostrando curiosità verso sistemi di Ia nelle loro attività».

Una buona notizia.
«Ma c’è anche una quantità abnorme di piccole e medie imprese che risponde di non sapere come usarla».

La tecnologia che cambia i mestieri: non tutti sono disposti ad accettare la sfida?
«Si fa un gran parlare di questa rivoluzione, e in effetti lo è, ma non usiamo il linguaggio giusto per capire come si calerà nelle singole attività».

In che senso?
«L’operatore turistico, l’orefice, l’artigiano non sanno come l’intelligenza artificiale si cala nella sua dimensione. Hanno più idea di cosa sta accadendo a livello geopolitico sui macro sistemi. In giro, comunque, ci sono troppi spauracchi».

Immotivati?
«Sempre parlando di attività, chi la sta introducendo consapevolmente, formando e informando, sta generando valore. Altro che perdere posti di lavoro. Ma c’è una buona parte di uso sottotraccia: per esempio almeno il 60 per cento della pubblica amministrazione la sta già usando ma non lo sa».

Come?
«Intendo quando l’utilizzo non è regolamentato ma c’è l’operatore che la usa come vuole e senza sapere di incorrere anche in reati. Mi riferisco alle leggi sulla privacy, alla facilità con cui inserire dati dei cittadini. L’alfabetizzazione non significa imparare a utilizzare il software e basta, ma capire i contesti».

Sull’innovazione digitale sarda, la sensazione è che ci siano esempi singoli di eccellenza ma non un sistema regionale pronto, è così?
«A livello regionale in realtà ci siamo affrettati ad approvare una legge sull’intelligenza artificiale (a marzo 2026, ndr), di fatto ribadisce i concetti dell’Ai Act europea e della legge italiana. Ma la Regione ha istituito anche, e qui sono scettica, un osservatorio sardo dell’intelligenza artificiale. Ma cosa ce ne facciamo? Abbiamo bisogno di una regia, questo è certo, ma dev’essere generale, non di ogni territorio che tutela il suo perimetro».

Cosa propone?
«Nell’isola avremmo bisogno, semmai, di formazione e di un input anche economico per alfabetizzare i sardi all’uso dell’Ai. Dallo studente alla zia Maria».

Un settore che può beneficiare dell’innovazione?
«Penso ai sistemi di agricoltura intelligente, una delle frontiere più interessanti per capire lo stato degli animali, ma anche dei campi, delle coltivazioni, gli interventi da prevenire. Il tessuto agropastorale reagirebbe bene: le mungitrici elettriche sono state una tecnologia che ha stravolto la loro attività, eppure il mondo delle campagne l’ha accolta a braccia aperte e ha saputo migliorare il lavoro».

Fancello, lei perché si è interessata a questa branca del mondo digitale?
Mi sono sempre occupata di innovazione e trasformazione digitale, poi come dico sempre la luce che mi ha guidata è stata il professore Giovanni Duni. Mi sono laureata con lui a Cagliari, scrive ancora la voce “e-government” dell’enciclopedia giuridica Treccani. La dico difficile: è stato il primo teorizzatore italiano del file avente valenza giuridica in un procedimento, ne parlò già nel 1978».

Lei spesso affronta il tema dell’Ai non sul piano informatico ma sulle ricadute sociali e giuridiche infatti.
«Duni mi ha aperto il mondo della tele amministrazione: i cittadini che non dovevano più andare in giro con il foglio di carta grazie alle banche dati. Poi c’è stata un’altra svolta».

Quando?
«Nel 2019 ottengo la cattedra in Amministrazione digitale all’università di Sassari, sfogliando i libri di testo che ero chiamata a scegliere da adottare per il corso trovo un grande capitolo dal titolo “Decisioni algoritmiche”. Tre anni prima dello tsunami di Chatgpt, c’erano già tanti enti che usavano sistemi di Ai per prendere decisioni».

Lei ha scritto diversi contenuti della cosiddetta Ai literacy, la certificazione italiana di competenze e conoscenze sull’intelligenza artificiale.
«E sto continuando a studiare. Il dramma, o il bello, è che c’è tantissimo ancora da sapere e le cose si evolvono in fretta».

Ci sono ancora poche donne nei settori scientifici e tecnologici?
«È un mondo troppo maschile, ma spesso siamo noi a precluderci l’ingresso. Penso a quando ci orientano male la scuola e le famiglie, ricordo ancora la mia scheda di terza media: “Antonella è brava nelle materie letterarie quindi si consiglia l’iscrizione al liceo classico”. Così ho fatto e va benissimo, ma essere brava in italiano non significa non poter essere brava anche nelle materie scientifiche».

Il divario di genere influenza lo sviluppo dell’Ia?
«Sì, la stragrande maggioranza di intelligenze artificiali è istruita da uomini. Ma non perché abbiano preso loro lo scettro del potere. D’altronde è anche la missione di “Unstoppable women”. Mi è piaciuto molto l’incipit della lista di quest’anno. Dieci anni fa ci si chiedeva “dove sono le donne”, e dieci anni dopo “gli stessi meccanismi continuano a ripetersi”».

Quindi lei può definirsi una grande eccezione?
«A volte mi viene il dubbio... anzi no, lo penso, che in alcune occasioni pubbliche o in panel di settore mi chiamino proprio perché sono donna. Per bilanciare le tavole rotonde».

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