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L’intervista

«In 20 anni ho visto casi molto complessi ma mai la leva del freno in una schiena»: il chirurgo sardo racconta l’incredibile intervento su un 13enne

di Massimo Sechi
«In 20 anni ho visto casi molto complessi ma mai la leva del freno in una schiena»: il chirurgo sardo racconta l’incredibile intervento su un 13enne

L’operazione al Bambin Gesù: il ragazzino rischiava una semiparalisi. Ora avrà una vita assolutamente normale

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Sassari «Faccio chirurgia vertebrale da quasi vent’anni, su casi molto complessi, ma è la prima volta in vita mia che tolgo un freno dalla schiena». Leonardo Oggiano, 48 anni di Tempio, quasi 1.500 interventi alle spalle, è il chirurgo che nei giorni scorsi, all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Palidoro, ha rimosso la leva del freno di una bicicletta dalla schiena di un ragazzo di 13 anni. Quel frammento di 5,5 centimetri era lì da tre anni, entrato da un fianco dopo una caduta in bici. Nessuno si era mai accorto della sua presenza. L’ha scoperta una radiografia, chiesta da un ortopedico quando al mal di schiena si erano aggiunti i dolori alle gambe.

Le era mai capitato un caso simile?

«Assolutamente no. E non solo non mi era capitato: è raro anche leggere di situazioni così. Nella letteratura internazionale ci sono casi particolari, al limite del paradossale, ma uno come questo mai».

Com’è possibile che nessuno se ne sia accorto subito?

«Ci mancano alcune informazioni su come sia stato soccorso. Ma il ragazzo ha una cicatrice praticamente sotto l’ultima costola di sinistra, quello è sicuramente il punto di ingresso. Ho provato ad immaginare cosa possa essere accaduto: nessuno sarà andato a vedere se la bici era rotta e a cercare quella leva del freno. Sarà stato assistito per la ferita e tutto sarà finito lì».

E poi la leva si è spostata.

«Da lì è migrata lentamente all’indietro, nello spazio retroperitoneale, dietro l’addome, nello spazio che porta alla colonna vertebrale. Quando sia successo non lo si può sapere, dopo un mese, o un anno o forse anche due o tre. Quando sono andato a isolarla il bordo cominciava già a essere ricoperto d’osso. Questo perché l’osso, quando subisce un trauma, crea una patina tutto intorno. È il segno che il freno era lì da tempo».

Il ragazzo non sentiva dolori. come è possibile?

«È una questione di percezione. Se la radice nervosa è compressa perdi la forza, e non puoi non accorgertene. Qui invece tutto si è creato lentamente. A 13 anni non stai attento alle virgole: magari sentiva un fastidio e lo trascurava. Prima il mal di schiena, poi il dolore alle gambe: è stato quello ad allarmare i genitori. L’ortopedico ha chiesto una radiografia e da lì, è venuta fuori questa incredibile scoperta».

Che cosa rischiava?

«Il rischio principale era legato ad una lesione della radice nervosa su cui si era appoggiato il freno, conficcato proprio nel punto di emergenza della radice. Avrebbe potuto perdere la forza in una gamba, una sorta di semiparalisi, il cosiddetto piede cadente. Non sarebbe più riuscito a muovere correttamente il piede. Un danno potenzialmente irreversibile».

Perché l’operazione era così delicata?

«Era complicata per diversi motivi. Per rimuovere qualsiasi cosa, da un’ernia a un corpo estraneo, devi crearti uno spazio che separi ciò che togli da quello che c’è intorno. Qui c’era un pezzo di metallo rigido da isolare, con i nervi attaccati. Poi bisognava sfilarlo, senza poter sapere se avrebbe causato danni anche all’addome, un’emorragia, una lesione del peritoneo. Era tutto un’incognita e si interveniva dalla schiena attraverso un buco piccolissimo. C’era un piano B: far intervenire i chirurghi generali in caso di lesione addominale. E il neuromonitoraggio, che controlla in continuo la funzionalità del midollo e delle radici nervose, ci diceva come stava andando». Come l’ha vissuta il ragazzo?

«Con grande paura. In poche settimane è passato da una normale visita ortopedica alla sala operatoria. A 13 anni la paura la percepisci, ma non la vivi completamente: temeva più l’idea dell’intervento che quello che sarebbe successo. Chi era davvero spaventato erano i genitori. Dopo c’è stata la felicità, ma anche l’incredulità. Mi dicevano: “Grazie, grazie, ma com’è possibile?”. E io: non chiedetevi com’è possibile, pensate che non c’è più e che non ha creato danni».

Dopo questo intervento avrà una vita normale?

«Al cento per cento. Funzionalmente non rimane niente: una volta liberate, le strutture sono tutte a posto. Farà la vita di un tredicenne sano».

Uno degli interventi più delicati della sua carriera, e forse il più particolare?

«Entrambe le cose, senza forse. Sicuramente il più particolare, perché è un unicum. Non mi aspetto di operare di nuovo un ragazzo con la leva del freno nella schiena».

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