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La storia

Zio Prospero, archeologo per caso: tutti i reperti ritrovati grazie alle sue segnalazioni

di Rachele Falchi
Zio Prospero, archeologo per caso:  tutti i reperti ritrovati grazie alle sue segnalazioni

In mostra al museo le scoperte che aiutò a riportare alla luce

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 Sassari Prospero Maddau non aveva studiato archeologia. Aveva però qualcosa che nessun manuale può insegnare: una conoscenza profonda del territorio di Stintino e l’attenzione e l’amore per le tracce della sua storia.

“Zio Prospero”, come lo chiamavano in paese, con le sue segnalazioni contribuì al censimento e allo studio di diversi siti archeologici, terrestri e subacquei. A lui il Museo della Tonnara ha dedicato la mostra I reperti archeologici subacquei di Stintino, inaugurata nell’ambito delle Giornate Europee del Patrimonio, dalla sindaca Rita Vallebella insieme all’assessora alla Cultura Marta Diana.

Maddau non era un archeologo né aveva una formazione specialistica, ma possedeva una particolare sensibilità verso il patrimonio del suo territorio. Grazie alle sue segnalazioni diversi siti archeologici di Stintino, terrestri e subacquei, sono stati censiti e successivamente studiati. Un esempio concreto del tema delle Giornate Europee del Patrimonio 2026: proteggere il patrimonio significa prima di tutto riconoscerne il valore. A raccontare la ricchezza custodita sotto il mare è stata Gabriella Gasperetti, archeologa della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Sassari e Nuoro e responsabile scientifica del progetto.

«Il Golfo dell’Asinara, il passaggio di Fornelli e Stintino avevano un’importanza fondamentale per la navigazione». Le testimonianze attraversano millenni: dall’ossidiana neolitica ai materiali arcaici e punici, fino ai numerosi reperti romani e medievali. Queste acque erano attraversate dalle rotte che collegavano Penisola Iberica, Gallia, Africa e Roma. Viaggiavano vino, olio, conserve di pesce, metalli e marmi. «I materiali parlano di per sé», sottolinea Gasperetti: anche i recuperi fortuiti testimoniano l’importanza di questo passaggio del Mediterraneo.

Una parte di questa storia è ancora sott’acqua. A Punta del Francese si conserva un relitto della prima età imperiale con grandi blocchi di marmo delle cave di Luni, studiato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia e adagiato fino a circa 16 metri di profondità. «Quando si scende e si vedono questi enormi blocchi – racconta Gasperetti – fa un grande effetto anche oer noi tecnici». La conservazione sul fondale, quando possibile, è infatti un principio dell’archeologia subacquea: un ritrovamento va segnalato senza rimuoverlo, per non perdere il suo contesto. Un’esigenza ancora più importante oggi, ha spiegato Gasperetti, perché erosione e mutamento delle correnti fanno emergere nuovi materiali, esponendoli anche al rischio di trafugamento.

Dei reperti arrivati al museo si è occupata la restauratrice Alessandra Carreri. Quelli provenienti dal mare devono essere desalinizzati per evitare sfaldamenti e fratture, mentre le incrostazioni possono essere conservate perché raccontano la storia dell’oggetto. Tra i pezzi esposti spicca l’anfora massaliota del VI secolo a.C., rinvenuta nelle acque della Pelosa dall’ex tonnarotto Giovanni Battista Pilo e poi consegnata dalla famiglia, testimonianza degli antichi collegamenti tra Massalia e la Sardegna. La mostra lega così tutela scientifica e cura quotidiana del territorio. Ed è qui che l’omaggio a Prospero Maddau acquista il suo significato: un uomo semplice ma dal grande intuito e sensibilità che sapeva trasformare una scoperta in conoscenza condivisa. Il patrimonio è studiato dagli specialisti, ma per essere protetto ha bisogno anche degli occhi e della cura di una comunità. 

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