La poetessa Anna Segre a Sassari: «I figli non sono mai davvero liberi dalle aspettative dei genitori»
L’autrice e psicoterapeuta porta la raccolta “Onora la figlia” in biblioteca comunale e all’università con due appuntamenti
La connessione tra poesia e libertà, il rapporto tra genitori e figli: ruota, anche, attorno a questi temi l’ultimo libro di Anna Segre, “Onora la figlia” (InternoPoesia, 2025). La poetessa, scrittrice e psicoterapeuta lo presenterà a Sassari. Domani, giovedì 16 aprile, alle 17.30 alla biblioteca comunale, venerdì alle 10 all’università, in occasione del “Cantiere poetico” nel ventennale del festival Ottobreinpoesia.
Il primo è un incontro letterario, l’altro in aula Toso un confronto con gli studenti del dipartimento di Scienze umanistiche e sociali di Sassari: come lo immagina?
«Gli studenti sono sempre una sorpresa. Il punto sarà la relazione che si creerà con la classe. La poesia si serve di pochissime parole che sono come palazzi con molti piani di significato. Ogni parola dipende dalle parole che la precedono e che vengono dopo, e dall’impatto di significato e suono».
È questa la forza delle parole?
«Ho letto a pazienti delle poesie che li hanno fatti immediatamente piangere, è come se le parole creassero le emozioni».
Un verso all’interno della sua raccolta dice “sarò me malgrado te”: i figli possono non rispettare le aspettative dei genitori.
«Ma possono? Non lo so. Non tanto, secondo me. I figli non hanno la libertà di non seguire le aspettative dei genitori, e non perché questi siano perfidi. Inconsciamente i genitori pensano che quello che pensano sia il meglio per te, sia effettivamente il meglio per te (ride, ndr). Possono proiettare i loro desideri sulla tua vita, avere rivalse tramite te, delle paure che non hanno senso nel periodo storico dei figli. Sono nel loro qui e ora».
Oggi, spesso, i giovani sanno più cose degli adulti, non è strano?
«Parlavo con mio nipote, 23enne, non riusciva a fare una parola crociata sillabica. Io non so formattare il telefono e lui non sa dividere in sillabe».
La società dice che il primo è un problema più grave.
«Certo! Se non sai formattare il telefono come vivi? Oggi è fondamentale. Mentre dividere in sillabe è proprio desueto».
Il titolo della sua raccolta sembra un undicesimo comandamento, come nasce?
«L’ho pensato nel 2004, quando ho scritto la poesia iniziale. Tutto è nato perché ho voluto chiedere a un rabbino e a un prete il significato di “Onora il padre e la madre”».
E cosa le risposero?
«Per il rabbino era una questione di legge, non di sentimento. Per il prete di amore».
Come è cambiato nel tempo questo suo comandamento?
«Mia madre l’ha approvato. Ha letto “Onora la figlia” nella sua stesura quasi completa, con tutte le poesie prima della sua morte ovviamente, e le ha approvate nella loro verità. Il fatto è, se leggerà lo scoprirà, che la mia famiglia ha fatto i suoi errori, però io sono figlia di quelle persone. E poi la morte ti mette davanti alla vita».
Come?
«Una persona ti lascia, ma lascia anche degli spazi, e quello che ti ha insegnato. Ti dà delle opportunità».
