La Nuova Sardegna

L’intervista

Federico Cesari al Figari film fest: «Mi auguro un cinema con noi giovani attori più protagonisti»

di Alessandro Pirina
Federico Cesari al Figari film fest: «Mi auguro un cinema con noi giovani attori più protagonisti»

L’attore star di serie di successo come “Skam” e “Tutto chiede salvezza” in giuria a Golfo Aranci: «Ho iniziato per caso ma poi il mestiere mi ha affascinato e l’ho scelto»

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Nei suoi primi quindici anni di vita il Figari film fest ha sempre puntato sui volti emergenti, o meglio emersi, del cinema italiano. Sul red carpet sul mare di Golfo Aranci abbiamo visto sfilare Alessandro Borghi, Salvatore Esposito, Eduardo Scarpetta, Ludovica Martino, Matteo Paolillo, Aurora Giovinazzo, Pierpaolo Spollon, Giancarlo Commare. Quest’anno tocca a Federico Cesari, uno dei volti in ascesa di piccolo e grande schermo. Il protagonista di “Skam” e “Tutto chiede salvezza” è nella giuria del festival insieme ad Andrea Bosca e Irene Maiorino.

Federico, lei è uno dei simboli della generazione Skam: cosa ha rappresentato per lei fare parte di quel progetto?

«Per me è stata una iniziazione alla consapevolezza di quello che voleva dire fare questo mestiere. Io ho iniziato da piccolino, ma avevo poche possibilità di conoscere il personaggio, di entrare nella sua quotidianità, di addentrarmi nei suoi aspetti più intimi. Fino ad allora il mio personaggio era funzionale alle dinamiche della sceneggiatura. “Skam” mi ha dato l’opportunità di capire cosa fosse questo mestiere, il tutto con grande inconsapevolezza, amicizia e passione. Ma il risultato più importante lo ottieni quando il pubblico ha voglia di condividere con te la sua visione. Il mio personaggio, Martino, è entrato in intimità subito con il pubblico e in tanti mi hanno scritto e mi hanno ringraziato di averli aiutati a fare coming out. Questo è stato un regalo enorme».

La sua carriera, però, è iniziata dai Cesaroni.

«In realtà, tutto è cominciato per caso da una piccola partecipazione in un film di Pupi Avati e lì mi sono innamorato degli aspetti un po’ superficiali del cinema, che però continuano ad appassionarmi: le luci, la gente, le storie che le persone si portano appresso. Ti ritrovi a vivere giorni e giorni con degli sconosciuti che poi alla fine non lo sono più. Tutta questa roba mi ha affascinato e ho detto ai miei che volevo continuare. E così è arrivata l’agenzia, i provini...».

Quindi, fare l’attore è stata una scelta?

«Ho iniziato per caso, e poi ho voluto fare questo».

In “Tutto chiede salvezza” di Francesco Bruni ha affrontato il tema della salute mentale e della fragilità umana. Com’è stato calarsi nel ruolo di Daniele?

«Francesco Bruni è tutt’ora uno dei miei padri putativi di questo lavoro. Quando lavori così strettamente con un regista condividi tutto con lui. Lui conosce la mia vita privata e io la sua. Siamo legati dalla gioia e dal dolore che ha significato per noi fare due stagioni di quella serie. Perché è un lavoro fatto con gioia e con dolore. Le scene su quel set hanno avuto un peso specifico. Per me è stato importante fare questa serie, è stato un regalo dal punto di vista del mestiere, ma è anche stato impattante a livello umano. Per quanto il percorso sia mediato dalla macchina da presa e dal personaggio, conoscere quelle storie che appartengono a qualcuno - e sono appartenute anche a persone che ho conosciuto - ti dà una consapevolezza diversa. È stato un percorso che mi ha permesso anche di conoscermi meglio psicologicamente».

Grazie a serie come Skam e Mare fuori il cinema italiano si è popolato di volti nuovi: Cesari, Caiazzo, Maupas, Centorame siete il nuovo cinema italiano?

«Mi auguro che ci sia sempre più spazio per noi giovani. Io mi confronto tanto con i miei colleghi. A me piacciono i percorsi collettivi. Anzi, io sono alla ricerca di un percorso collettivo: mi piace condividere dinamiche, scelte, anche le difficoltà. Spero tanto ci sia la possibilità di costruire qualcosa di nostro che ci identifichi sempre di più. Certo, questo non è un periodo facile, soprattutto per i giovani...».

Molti colleghi italiani stanno lavorando all’estero grazie alle piattaforme: da ultimo Arturo Muselli in “Peaky blinders”. Le piacerebbe?

«Mi piacerebbe, perché sarebbe anche un modo per incontrare la quotidianità delle persone di un altro Paese. Mi auguro ci sia la possibilità, ma in questo momento non è una priorità, non è il sogno nel cassetto. Sono molto contento di quello che faccio e sarebbe dunque una occasione in più».

Cosa c’è nel suo futuro?

«A settembre inizierò a girare una serie».

Intanto è in giuria al Figari.

«Ho fatto il giurato proprio qualche settimana fa al Milano film fest. È una grande occasione, perché hai l’opportunità di vedere opere che difficilmente avresti visto. E poi mi piace vedere come la mia visione si incontra e si scontra con quella degli altri giurati».

In più è a Golfo Aranci.

«Io amo la Sardegna da quando ero piccolo: mia zia è sarda e da bambino andavo a Porto Pino, un mio amico ha casa a Santa Teresa, poi ho fatto le vacanze nella costa ovest».

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