La Nuova Sardegna

L’intervista

Israele, Palestina e Iran visti da vicino: Cecilia Sala racconta il reportage dedicato ai giovani dell’odio – Le date

di Caterina Cossu
Israele, Palestina e Iran visti da vicino: Cecilia Sala racconta il reportage dedicato ai giovani dell’odio – Le date

La giornalista presenterà il suo lavoro. Quattro gli appuntamenti sull’isola

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Quattro incontri in tre giorni per Cecilia Sala, attesa in Sardegna per presentare I figli dell’odio, il reportage dedicato alle generazioni cresciute tra Israele, Palestina e Iran. Domani 18 agosto la giornalista sarà alle 18 a Cagliari e a Oristano, mercoledì 19 a Tortolì e giovedì 20 concluderà il tour a Sant’Antioco.

C’è un po’ speranza tra le pagine del suo ultimo libro?

«Persino nei luoghi attraversati dall’incendio di questi anni ci sono persone capaci di immaginare una soluzione. I capitoli israeliano e palestinese si chiudono con un israeliano e un palestinese che provano a descrivere la fine dell’occupazione, anche se oggi appare tragicamente lontana. Il capitolo iraniano è invece pieno di speranza: i giovani contrari al regime sono già la maggioranza».

Che cosa le hanno insegnato le persone sul campo?

«Una volta, in Palestina, un uomo mi disse: “Certo che ho speranza. È chi sta bene che può permettersi di non averne”. Chi ha molti problemi non può rinunciarvi. Mi hanno insegnato anche a essere pragmatici e lucidi. Persone che avrebbero diritto di essere accecate dalla rabbia riescono spesso ad avere conversazioni più concrete di quelle che vediamo sui social».

Il pubblico rischia di abituarsi al dolore?

«Sì, ma dipende da come si racconta la guerra. Ridurla al numero dei missili o ai chilometri conquistati su una mappa crea distanza. Sono dati rilevanti, ma gli esseri umani empatizzano con altri esseri umani, non con i numeri. Le storie individuali prendono per mano il lettore e lo accompagnano dentro una vicenda più grande».

È per questo che nei suoi reportage parte dalla vita delle persone comuni?

«Le storie individuali prendono per mano il lettore, l’ascoltatore o lo spettatore e lo accompagnano dentro una vicenda più grande. Credo siano il metodo migliore per mantenere un’attenzione sana».

Nel suo lavoro quanto conta l’empatia?

«Sul campo è tutto. La parte più importante e difficile è conquistare la fiducia di persone che non ti conoscono e alle quali chiedi tempo, parole e un racconto sincero mentre qualsiasi altra cosa è più urgente: cercare benzina, proteggersi dalle bombe, scappare, sapere come stanno i propri cari».

Come si conquista oggi la fiducia dei lettori, soprattutto dei più giovani?

«Con l’onestà intellettuale. Non credo nella neutralità dei giornalisti. In Afghanistan non sono neutrale tra i talebani e le ragazze picchiate perché protestano. Ma a chi legge o ascolta dobbiamo onestà: correggerci quando sbagliamo, cambiare idea ed essere curiosi anche di versioni capaci di smentirci».

Questo patto cambia tra podcast, social, televisione e carta?

«No. Non devo raccontarti ciò di cui sei già convinto o che vuoi sentirti dire, ma ciò che ho capito lì. Ed è quasi sempre più complesso dell’idea costruita seguendo da lontano il dibattito sui social».

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