Dall’Antartide alla scrittura, il percorso di ricerca di Marco Buttu: «La sfida più grande è vivere in semplicità»
Sabato 3 ottobre racconterà la sua esperienza e presenterà il romanzo “La Matrioska di Penrose”
Burgos Tre anni vissuti nel cuore dell’Antartide tra ricerca scientifica, isolamento e condizioni ambientali estreme, con temperature fino a –80 gradi sottozero. Insieme a lui altre dodici persone, con ciò che comporta in termini di convivenza, fiducia reciproca e gestione dei conflitti. Il tutto “filtrato” dalla pratica dello yoga. Un’esperienza di lavoro, vita e ricerca spirituale, che il ricercatore Marco Buttu ha trasportato sulle pagine di un romanzo, “La Matrioska di Penrose”, uscito lo scorso 22 settembre ed edito da Mondadori. Il protagonista si chiama Ravi Bruncu, un ingegnere diviso tra radiotelescopi e linguaggi di programmazione e che per caso si trova sopra a un tappetino di yoga. L’esordio di Buttu da scrittore, però, era già avvenuto nel 2019 con “Marte bianco. Nel cuore dell’Antartide. Un anno ai confini della vita”, edizioni Lswr. Di tutto questo, il ricercatore di Gavoi parlerà in diversi incontri. Uno è promosso dall’assessorato alla cultura del Comune di Burgos e si terrà alla biblioteca civica “Radici e orizzonti”. L’appuntamento è fissato per domani sabato 3 ottobre alle 17.30, l’ingresso è libero.
Ha trascorso tre anni in uno degli ambienti più estremi e isolati della Terra. Che cosa ha imparato e quanto di quell’esperienza è entrato nel romanzo?
«I miei anni tra i ghiacci hanno trovato sbocco nella parte centrale del romanzo, quando il protagonista trascorre un inverno in una base situata nell'altopiano antartico. Non so dire se Concordia – il nome della stazione in Antartide, ndr – e le relazioni personali in quell'ambiente surreale mi abbiano insegnato più delle altre esperienze della mia vita. Le fonti di insegnamento le abbiamo sempre davanti agli occhi e il fatto di riuscire a coglierle non dipende dal luogo in cui ci troviamo, ma dall'attenzione che dedichiamo loro e dall'intenzione con cui le osserviamo. Può darsi che una normale passeggiata in spiaggia sia più trasformativa di un intero inverno trascorso nel luogo più remoto al mondo, perché durante quella passeggiata siamo particolarmente ricettivi. Questo è proprio ciò che accade al protagonista del romanzo».
Dopo un’esperienza simile, pensa che conosciamo sul serio i nostri limiti prima di essere messi davvero alla prova?
«È difficile conoscere davvero i propri limiti. Spesso tendiamo a sottovalutarci, altre volte a sovrastimarci. Ed è abbastanza bizzarro pensare che, tra tutte le persone che conosciamo, quella che forse conosciamo meno siamo proprio noi stessi. Esistono diversi studi psicologici che mostrano quanto possa essere distorta la percezione che abbiamo delle nostre capacità. Il protagonista del romanzo si troverà più volte a fare i conti con questa distanza tra ciò che pensa di sé e ciò che, messo davvero alla prova, scoprirà di essere».
Il protagonista è un ingegnere che si avvicina allo yoga quasi casualmente. Per lei, invece, come è avvenuto l’incontro?
«Anche nel mio caso è avvenuto casualmente».
C’è un aspetto dell’esperienza in Antartide che ha assunto un significato diverso dopo aver iniziato a praticare yoga?
«Ho iniziato a praticare yoga prima di andare in Antartide, e tutto era già cambiato proprio grazie allo yoga. Le particolari condizioni dell'isolamento nell'altopiano antartico mi hanno poi permesso di riflettere in profondità su vari temi esistenziali, ed è proprio là che ho scritto buona parte del romanzo».
Lei, nella vita come nel romanzo, è passato dai ghiacci dell’Antartide all’India, due ambienti apparentemente opposti. Sono davvero così lontani?
«Non sono così lontani, geograficamente. La Terra è un piccolo pianeta, in fin dei conti. Un pulviscolo che ruota attorno a una stella sperduta nel cosmo, tra miliardi e miliardi di altre stelle. Eppure è vero: le condizioni ambientali sono ben diverse, anche perché quando sono in India vivo a Mysore, nel sud, dove il clima è tropicale».
Dopo “Marte bianco”, il suo primo libro, che cosa è cambiato nel suo modo di scrivere e di guardare alla realtà?
«L'idea di questo romanzo è nata nel 2017, prima ancora che scrivessi "Marte Bianco". Allora non ero pronto né per intrecciare in modo bilanciato argomenti così diversi come la scienza, lo yoga e l'avventura, né per scrivere un romanzo. È stato quindi un lungo processo, durato parecchi anni, due dei quali trascorsi nell'altopiano antartico. Molto di me è cambiato, per le esperienze e per il tempo passato a riflettere. Anche il mio modo di scrivere si è trasformato, e me ne accorgo quando rileggo il libro: negli ultimi capitoli, che cronologicamente non sono gli ultimi del romanzo ma quelli centrali ambientati in Antartide, riconosco uno stile più maturo. Un aneddoto: nonostante facciano parte del blocco centrale del romanzo, questi capitoli non li ho scritti in Antartide, perché non volevo che la mia mente tornasse là anche mentre scrivevo. Quando ero a Concordia preferivo evadere e teletrasportarmi mentalmente in altri luoghi».
Qual è, oggi, il limite che proverebbe a superare?
«Credo che la sfida più grade sia quella di vivere in semplicità, cercando di levare più che di aggiungere».
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