La Nuova Sardegna

L’intervista

Giorgio Pasotti: «Da regista “rubo” a Monicelli e Muccino. La Sardegna? Un pezzo di vita»

di Alessandro Pirina
Giorgio Pasotti: «Da regista “rubo” a Monicelli e Muccino. La Sardegna? Un pezzo di vita»

L’attore torna al cinema con “Sotto a chi tocca”, da lui diretto e interpretato

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Una nuova sfida lo riporta a confrontarsi con il cinema da una prospettiva diversa. Giorgio Pasotti ritorna dietro la macchina da presa. A 8 anni da “Abbi fede”, l’attore bergamasco sarà al cinema - dall’8 ottobre - nel doppio ruolo di regista e protagonista di “Sotto a chi tocca”, al fianco di Giovanna Mezzogiorno, Rocco Papaleo, Stefano Fresi, Giacomo Giorgio e Linda Messerklinger.

Giorgio, tre parole per descrivere questo film?

«Una commedia amara sul mondo del lavoro».

Quanto c’è della vecchia commedia all’italiana?

«Nella più antica accezione del termine. Io sono cresciuto con i grandi classici: film cinici, spietati, molto cattivi. Quella è la comicità che a me fa più ridere. Non erano commedie fini all’intrattenimento, ma, attraverso la risata, volevano far arrivare un messaggio. E io ho voluto fare una commedia sul mondo del lavoro».

Il film parla di un casting aziendale per grandi manager.

«È una metafora per raccontare il mondo del lavoro di oggi. L’asticella competitiva si è alzata talmente tanto da far crescere anche il livello di cattiveria e cinismo, pur di raggiungere l’agognato posto di lavoro».

È così anche nel cinema?

«In qualsiasi campo la competizione è assoluta, e lo è anche nel nostro. Il motto è: vita mia, morte tua. Siamo di fronte a una sorta di disumanizzazione».

Ha qualche ricordo di casting spietati?

«Io ricordo il cinismo di Mario Monicelli. Ho avuto la fortuna di fare il suo ultimo film. Non era uno che te le mandava a dire. Un uomo dal grande umorismo, ma molto cinico, anche se sempre con quell’occhio critico, in maniera costruttiva. Oggi c’è una disumanizzazione che fa sì che ci ritroviamo tutti schiavi di un gioco perverso: il lavoro non è più un diritto, ma quasi un premio da raggiungere. E non sempre lo raggiunge il più bravo».

Come ha scelto il cast?

«Ho avuto la fortuna di pensare a loro in fase di scrittura e ho avuto la fortuna che tutti aderissero al progetto. Ho accanto tutte persone a cui voglio bene, ma soprattutto attori di talento che hanno portato il loro valore aggiunto al film. Rocco e Stefano, per esempio, sono attori molto legati alla commedia, ma questa volta fanno un genere diverso da quello in cui siamo abituati a vederli».

Come è stato dividersi tra attore e regista?

«Fare l’attore e il regista contemporaneamente non è facile, l’ho imparato grazie a trent’anni di esperienza, a teatro soprattutto. Quando sei in scena reciti e dirigi al tempo stesso, capisci quando funziona o meno. E questa sensazione io l’ho portata al cinema. Non la so neanche descrivere, me la sento proprio».

Tra il Giorgio attore e il Giorgio regista ci sono differenze?

«Quando interpreto e basta è come andare in vacanza, mi affido tutto al regista. Quando dirigo e interpreto è una costante tensione: non posso perdermi un secondo, devo stare sempre concentrato, altrimenti la pago al montaggio».

Il mestiere di attore non era nei suoi programmi?

«Non ne avevo nessuna intenzione, volevo fare il medico».

La sua carriera è iniziata in Cina, dove si era trasferito per praticare arti marziali. Pensa mai a come sarebbe andata se fosse rimasto in Italia?

«Avrei fatto il medico, perlomeno era il mio progetto. Sicuramente non avrei fatto l’attore».

È più tornato in Cina?

«Ci sono ritornato, ma è una Cina che non riconosco più. Ho vissuto la rivoluzione studentesca di piazza Tienanmen. Era la Cina che si apriva all’Occidente, ma tendenzialmente rimaneva socialista: c’erano le divise, la gente si portava appresso il libretto di Mao. Una Cina un po’ da cartolina. Un’esperienza irripetibile che non tornerà più».

Fa parte della generazione di attori che ha avuto successo con “L’ultimo bacio”: Accorsi, Mezzogiorno, Santamaria, Favino, Impacciatore. Che cosa rappresenta oggi quel film nella sua storia professionale?

«Conoscevo già Gabriele Muccino, con cui avevo fatto la sua opera prima, dove c’era anche Santamaria. Con Accorsi ci eravamo conosciuti in “I piccoli maestri”, il mio primo film. Eravamo un gruppo di amici, giovani e in erba. Ma mai ci saremmo aspettati che il film avrebbe cambiato le sorti della nostra vita, che avrebbe avuto quell’impatto sul pubblico. In un mese passammo dall’essere sconosciuti a essere fermati per strada».

Il ruolo di Paolo Libero in “Distretto di polizia” è stato poi la sua consacrazione.

«Lì fu ancora più forte. Ai tempi non c’erano le piattaforme, o era Rai o Canale 5. Entravi nelle case degli italiani e diventavi parte di loro, un parente. Quando il mio personaggio fu ucciso sembrava fosse morto il Papa. Mi fermavano per strada, mi toccavano per sapere come stavo. Fu surreale».

Al cinema è stato diretto da Monicelli, Muccino, Luchetti, Sorrentino. Da regista ha rubato loro qualcosa?

«Non mi nascondo dietro un dito, io rubo proprio. Poi metto tutti in uno shaker per trovare il mio metodo personale. Da Monicelli ho cercato di prendere il cinismo sui temi profondi e importanti, da Muccino il ritmo e la messa in scena. Rubo loro per creare un mio linguaggio».

Rimpianti nella carriera?

«Ce ne sono diversi, ma anche quelli insegnano ad andare avanti. Le carriere si costruiscono con i successi, ma soprattutto imparando dagli insuccessi, dalle scelte sbagliate».

Dopo questo film, dove vorrebbe portare il suo percorso?

«Arrivo da una stagione di grandissima soddisfazione. Ho fatto l’Otello in versione moderna, scritto con Dacia Maraini. E ho fatto la regia di un’opera lirica, che mi piacerebbe ripetere. La lirica è un mondo molto colto, ma chiuso in se stesso, che, a mio avviso, avrebbe bisogno di sganciarsi dal passato per rivolgersi di più ai giovani».

Un’ultima domanda: Giorgio e la Sardegna.

«La Sardegna è un pezzo della mia vita. È un luogo a cui sono legatissimo, ci ho passato tantissimi anni. Mi portava mio padre in campeggio, poi venivo con gli amici. La conosco tutta: dalle dune di Chia ad Arzachena, la costa ovest, Carloforte, l’Ogliastra. E poi l’entroterra. La Sardegna è un luogo che, nonostante la tecnologia, oggi resta selvaggio».

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