Ettore Bassi: «I Promessi sposi come una fiction. Sogno di fare il remake di Trinità»
L'attore in tournée nell’isola con un viaggio nel capolavoro di Alessandro Manzoni
Per tutti, I promessi sposi sono un ricordo scolastico e, come spesso accade, neanche così piacevole. Ettore Bassi giura che non è così e lo dimostrerà in tour per i teatri dell’isola, dove porterà “Questo matrimonio non s’ha da fare”, un melologo per voce recitante e pianoforte sul capolavoro di Alessandro Manzoni, accompagnato dal pianista e compositore Marco Beretta, per la regia di Alberto Oliva. Appuntamento, sotto le insegne del Cedac, oggi, 21 ottobre, a Carbonia, domani, 22 ottobre, a Sanluri, venerdì 23 a Lanusei, sabato 24 a Meana Sardo e infine domenica 25 ad Alghero.
Bassi, qual è l’aspetto dei Promessi sposi che l’ha colpita di più?
«L’aspetto dinamico del racconto e dei colori che Manzoni è riuscito a infondere in questa storia. Soffermandomi proprio sulla dinamica emotiva e sulle atmosfere, I promessi sposi, volendo portarli, volgarmente, ai tempi moderni, sono proprio un racconto di fiction. Il pubblico non immagina che ci siano episodi così divertenti ed emozionanti. Rimane quasi stupito di fronte a questo viaggio appassionante che vola via in un’ora e 20».
Che ricordo ha dei Promessi sposi studiati a scuola?
«Un mattone piuttosto impegnativo. Invece, la chiave che abbiamo trovato in questo spettacolo è proprio la leggerezza, che non è superficialità, ma levità nel racconto e nella lettura, e profondità nell’interpretazione, nel guardare ai personaggi e alle loro emozioni».
Il personaggio che più l’affascina?
«Sono tutti tipi umani a cui Manzoni si è divertito a dare peculiarità ben distinte. Dal più divertente, che rimane don Abbondio, al più impegnativo, che è sicuramente fra Cristoforo».
Quanta contemporaneità c’è nei Promessi sposi?
«Quelle dinamiche di potere non sono mai passate. Esiste ancora chi abusa, esistono la paura del potere e la vigliaccheria. Questa è la grande qualità dei classici: raccontano qualcosa di eterno e universale. Per tutti e per sempre».
Che cosa le dà il teatro che la televisione non può darle?
«La densità. È un’esperienza che ti dà emozioni forti e ti trasporta dentro emozioni inconsuete. Il teatro è anche libertà. Sali sul palco e davanti al pubblico ci sei solo tu. Cinema e tv sono mediati, c’è sempre qualcuno che interferisce nella trasmissione dell’emozione. A teatro non esiste mediatore. È un viaggio che trovo molto più corrispondente al mio modo di voler stare in questo lavoro».
Ha iniziato come animatore in Sardegna. Come ricorda quella prima esperienza?
«A Cugnana Verde ho passato alcune delle estati più belle della mia vita. Avevo 18-19 anni e muovevo i primi passi con il pubblico. Ricordi stupendi, per di più immerso in questa parte bellissima di Sardegna».
Tra i personaggi interpretati nelle fiction, uno che le ha lasciato un segno particolare?
«Il maresciallo Ferri di “Carabinieri”. Sono passati 22 anni, ma ancora mi fermano per strada. È il personaggio che mi ha aperto la strada della popolarità, di una nuova dimensione del mio lavoro. Sono arrivato al pubblico con un affetto che ancora oggi vivo. E questo mi coinvolge e mi stupisce».
Un ruolo che vorrebbe interpretare?
«Ce ne sono tanti, ma d’istinto direi: un remake di Trinità. È uno dei miei idoli inamovibili. Erano film semplici che portavano valori: ai tempi si dava dignità a quel tipo di racconto. Oggi si pensa a cose più stupide, più futili. E anche per questo non si fanno più serie come “Carabinieri”».
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