La Nuova Sardegna

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La storia

Minnìa la guaritrice barbaricina: «Così curo il fuoco di sant’Antonio»

di Luciano Piras
Minnìa la guaritrice barbaricina: «Così curo il fuoco di sant’Antonio»

Medicina popolare, un film documentario di Ignazio Figus sulla 79enne di Oliena

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Inviato a Oliena «Pensate che il medico di Benetutti, Bitti e Nule non dà neanche mezza pastiglia ai suoi pazienti. Se hanno il fuoco di sant’Antonio, li manda tutti da me. E neanche ci conosciamo! Nel 90 per cento dei casi, guariscono, per non dire di più. Faccio la medicina a metà Sardegna, sono venuti da me davvero in tanti, da Orani come da Santa Teresa Gallura, anche diversi dottori, dottoresse, persino un parroco». Minnìa, 79 anni da compiere, nubile, ha gli occhi vispi e uno sguardo profondo. Mostra orgogliosa un libro cartonato, un’edizione del 1971 della “Storia della Sardegna” di Raimondo Carta Raspi.

«Sì, leggo sempre, ogni volta che posso» sottolinea accanto al caminetto acceso. Sul tavolo, un vassoio di bianchini e sospiri. «Questo dono ce l’aveva mio padre e lui l’ha trasmesso a me – racconta –. Lui è morto nel 1981». Anna Maria Bette, per tutti semplicemente Minnìa, assicura che un tempo «c’erano tanti uomini a Oliena che facevano la medicina». Ora ci sono soltanto lei e due giovani nipoti che stanno iniziando, Giovanni e Maria Luisa. Minnìa lo ripete davanti a Ignazio Figus, il regista nuorese che l’ha resa protagonista del documentario “Fuoco contro fuoco”, prodotto lo scorso anno dall’Istituto superiore regionale etnografico della Sardegna.

«Osservavo sempre mio padre, vedevo come faceva lui, così una volta ci ho provato anche io, è andata bene e da allora non ho più smesso» va avanti Minnìa. In questi giorni di freddo gelido, proprio nella settimana dei falò tradizionali di sant’Antonio abate, la signora sta “curando” quattro persone affette da Herpes zoster, l’altro fuoco del Santo eremita: una eruzione cutanea molto dolorosa, che brucia e che necessita di cure spesso lunghissime a base di antivirali. Il vaccino è sempre consigliato a chi ha compiuto i 50 anni, raccomandato agli over 65enni. Poi, c’è la medicina popolare. “Sa medichina”.

«Documentare l’esistenza di capacità e di modi di guarigione ereditati per vie non ufficiali e tanto meno legalizzate, specialmente nelle campagne – scriveva l’antropologo Giulio Angioni –, oggi come ieri, è un modo efficace di dare conto della varietà odierna dei modi di guarire in Sardegna, che del resto non sono modi sardi esclusivi di fare i conti con la sofferenza».

Non a caso, il nuovo film di Ignazio Figus apre con questa frase.

Nessun commento, nessuna spiegazione, nessuna voce fuori campo: soltanto presa diretta, panoramiche, primissimi piani, dettagli, Minnìa la guaritrice barbaricina che parla in sardo, in olianese stretto, e la voce di qualche “paziente” (a scandire i giorni, c’è Mariella, lei arriva da Nuoro) che testimonia la “cura”. “Su donu”: il dono ricevuto e ridato generosamente alla comunità intera. “Sa medichina”. «Al mattino non la faccio a nessuno, perché devo andare in campagna. Punto e basta» sentenzia Minnìa che con la sua Panda fa la spola quotidiana tra casa, orto e vigna. Decisa e sicura quando deve potare, forte e veloce quando distribuisce il mangime alle capre. Sempre con il sorriso, anche quando raccoglie le uova fresche delle galline.

«La medicina, invece, la faccio nel pomeriggio – dice –. La faccio a chiunque. Avrei anche altro da fare, però la medicina la faccio volentieri alle persone che ne hanno bisogno. La faccio con il cuore». Sempre e soltanto gratis, senza alcun tipo di ricompensa. Gratis et amore Dei.

«Ci vogliono nove giorni, per guarire» riprende fiato Minnìa. «Non si tratta di chiacchiere. Il male scompare» giura. Il fuoco di sant’Antonio lo cura con le scintille che sprigionano i colpi tra una pietra focaia e un ferro lavorato appositamente che fa da acciarino. Fuoco contro fuoco. Figus punta la camera sulle scintille, tiene il ritmo, ta tac, ta tac, ta tac, ta tac, come un ballo sardo ancestrale.

«C’è chi il fuoco di sant’Antonio ce l’ha qui nell’occhio» indica Minnìa. «C’è chi ce l’ha più su, chi nella testa. Può manifestarsi in qualsiasi parte del corpo. Ne ho curato persino nella pianta dei piedi. Per non parlare di altre zone, più intime. Giusto per essere chiari» sottolinea ancora. Fermo restando che «non si manifesta a tutti allo stesso modo. Alcuni lo hanno internamente, con un leggero gonfiore esterno. Ad altri si manifesta con un vasto eritema – spiega l’anziana donna –. Spesso con vescicole che non devono essere toccate. Il paziente non deve assolutamente grattarle. Se lo fa, avrà il doppio del dolore e la guarigione sarà molto lenta. Non deve assolutamente toccarle. Questo è certo. Le vescicole devono asciugarsi senza essere toccate». Raccomandazioni fondamentali affinché la medicina popolare possa dare risposte. «Funziona» assicura Minnìa.

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