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Da Bitti alle passerelle di mezzo mondo: «Trasformo l’abito sardo in capi d’alta moda»

di Paqujto Farina
Da Bitti alle passerelle di mezzo mondo: «Trasformo l’abito sardo in capi d’alta moda»

L’avventura di Ivan Delogu Senes come fashion creator di successo tra Londra, New York e Milano. Ma con la sua isola nel cuore

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Bitti «Essere sardo, e soprattutto barbaricino, per me non è mai stato solo un dato geografico. È una stratificazione emotiva, culturale, quasi corporea. Crescere in Barbagia significa interiorizzare un senso profondo di appartenenza, ma anche di complessità: è una terra che non si lascia semplificare». Così dice Ivan Delogu Senes, di Bitti, laurea alla University of the Arts London, tra le più rinomate al mondo.

Dopo importanti riconoscimenti e premi, che dal suo studio sulle sponde del Tamigi lo hanno fatto conoscere anche negli atelier di New York, dalla capitale britannica il fashion creator sta scalando il successo con le sue creazioni che ricordano il profondo legame con le sue origini. Nei giorni scorsi ha presentato la sua seconda collezione alla “Settimana della moda di Londra”. Ora è al lavoro per la preparazione del suo prossimo impegno, “La settimana della moda di Milano”, dove ha appena debuttato.

«Il confronto con Londra è stato fondamentale perché mi ha dato distanza e prospettiva, permettendomi di guardare le mie origini con maggiore lucidità – racconta – Vivere in contesti così veloci e performativi mi ha fatto capire quanto la mia terra funzioni secondo un altro tempo, più lento e profondo. Significa anche portare con sé una certa durezza e severità, ma anche una grande capacità di resistenza e cura. È stato soprattutto grazie a Londra che ho iniziato a guardare la Sardegna non come una periferia, ma come il centro del mio pensiero creativo. Il mio lavoro nasce dalla trasformazione dell’abbigliamento femminile sardo nel secondo dopoguerra, quando i costumi tradizionali, ricchi di ornamenti, vennero progressivamente sostituiti da forme più sobrie e funzionali. Questo passaggio non ha cancellato l’identità culturale, ma l’ha riconfigurata. Questi indumenti costituiscono il fondamento concettuale della mia ricerca. La spiritualità, il sistema di credenze stratificato, il cattolicesimo rituale, convivono con residui pagani radicati nella civiltà nuragica. Processioni religiose, rituali del lutto, voti e riti domestici convivono con una concezione arcaica del corpo come ciclico, legato alla terra e profondamente connesso ai ritmi naturali e alla materia. In questo contesto, l’abito supera la funzione rappresentativa, cioè non serve solo a mostrare qualcosa, ma diventa un dispositivo di protezione, contenimento e sacralizzazione del corpo. Coprire il corpo non significa cancellarlo, ma renderlo inviolabile. L’atto del vestirsi diventa così un gesto rituale attraverso il quale il corpo femminile viene sottratto allo sguardo maschile e ricollocato in una dimensione simbolica, collettiva e spirituale».

Ivan Delogu Senes lavora con ricamo, plissettatura a mano e tecniche di intreccio della pelle, costruendo superfici che evocano un senso rituale e di eredità. Utilizza la lana grezza proveniente direttamente dagli allevamenti della sua famiglia, insieme a scialli e gonne recuperati da donne del suo paese, Bitti. Un elemento distintivo del suo stile è il textile a mosaico, deliberatamente ispirato alle tende a piastrina usate in estate nei bar e nei mercati in Sardegna. In questa collezione l’ha reinterpretato utilizzando scarti di pelle e cuoio, trasformando un oggetto quotidiano in una superficie tessile concettuale. Nella sua personale tavolozza spicca la palette lunare e tonale: nero profondo, blu notte, écru, avorio e sfumature di marrone e terra fredda, «così da lasciare spazio alla forma scultorea e alla profondità dei materiali – specifica Delogu Senes – La Sardegna nell’immaginario collettivo è spesso citata per il folklore. La maggior parte degli stilisti e dei creativi che si ispirano all’isola parla di questo aspetto. Io sentivo la necessità di trovare qualcosa che mi distinguesse. La mia estetica è un dialogo personale tra me e la mia terra. Non voglio continuare a propagare un’immagine folkloristica dell’isola, Il mio approccio si basa piuttosto su una “Sardinian consciousness”, cioè una coscienza sarda, una consapevolezza profonda, critica e contemporanea della mia identità culturale

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