Il canto libero di Anna Chiara, finita in carcere da innocente
Ritrovato il manoscritto che racconta l’odissea di una donna di Siamaggiore. Il testo lirico potrebbe essere opera di Giovannangela Barria di Bortigali
Oristano «Una triste storia che ha visto protagonista una giovane donna condannata ingiustamente a nove anni di carcere per un delitto del quale si è sempre dichiarata innocente, e che ha avuto, come mandante, la gelosia». Michela Poddigue, direttrice dell’Archivio di Stato di Oristano, riassume così l’odissea vissuta ai primi del Novecento da Anna Chiara Orro di Siamaggiore. Condannata nel 1912 per concorso nell’omicidio di Salvatore Zoccheddu di Ollastra-Simaxis. Per quel delitto, furono inflitti 30 anni di pena al marito di Orro, Antonio Marceddu. Un dramma, passato per l’Assise di Oristano e soprattutto per le celle di diverse galere, raccontato in una lunga canzone rimasta “nascosta” per un secolo, “Canzoni sarda composta pro sa detenuta Orro Anna Chiara imputada pro una morte sende innozente composta sa propriu detenuta pro sa sua mala fortuna”, attribuita alla stessa Orro e presentata, con tutta la biografia della protagonista, nel libro “Luride, agitate, criminali: un secolo di internamento femminile 1850-1950” di Candida Carrino (Carocci editore). Uscito lo scorso luglio, ha già fatto tappa in Sardegna, al Cabudanne de sos poetas a Seneghe e al convegno per il 70° di Pardu Nou. «Mi affligi su disconsolu / Affannos penas e dolu / Mi sole mortificare / Mi che dispazesi senza / Tenner mancu unu cunfortu» recita la canzoni (a cui si ispira il brano “Lagrimas”del maestro Antonello Manca che sarà eseguito stasera (sabato 26 settembre 2026) a Solarussa, ore 19, in parrocchia, dal Coro polifonico San Gregorio Magno). Ora, tuttavia, spunta una nuova ipotesi, ancora da supportare con le dovute fonti, ma alquanto verosimile: la maternità di quei versi potrebbe essere di tale Giovannangela Barria, maritata Ledda Milia Giuseppe di Bortigali.
«Le nuove scoperte sono state fatte dopo la pubblicazione del saggio» spiega Poddigue, che con Carrino, si legge in una nota del libro, ha collaborato e curato la trascrizione in italiano e della traduzione del testo lirico-narrativo sulla vicenda di Orro. «No, non ho curato io la traduzione e la trascrizione del testo – precisa –, ma avevo proposto alla Carrino una revisione di entrambe che poi non ho potuto effettuare per mancanza di tempo. È invece merito dell’Archivio di Stato che rappresento e della collaborazione di colleghi di altri archivi e biblioteche sarde, se siamo riusciti a inquadrare all’anagrafe la vittima della giustizia dorta e chiarire gli aspetti della vicenda giudiziaria».
Una vecchia vicenda tanto triste quanto intrigante...
«Certo, anche se ci sono alcune palesi incongruenze difficili da ignorare».
Quali?
«Prima fra tutte, la varietà linguistica in cui è composta la canzone. Anna Chiara è nata a Siamaggiore, pertanto, Candida Carrino ha correttamente collocato la canzone nella tradizione dialettale del Campidano di Oristano. Ma il sardo utilizzato per la composizione è il logudorese, mentre, la struttura metrica della canzone, come ha giustamente rilevato Antonio Ignazio Garau, richiama per ampi tratti quella della arrepentina tipica del Campidano di Oristano e del Medio Campidano. Quindi, il primo passo da compiere è stato quello di scoprire se i genitori di Anna Chiara non fossero per caso originari di qualche paese dell’area linguistica logudorese. E da questa indagine è saltata fuori la prima, conseguente, importante rivelazione: la povera Anna Chiara era analfabeta».
Magari la poesia non l’ha scritta lei, ma potrebbe averla cantata o addirittura dettata?
«Esatto! Questo modus operandi spiegherebbe perché la forma metrica della canzone richiama una struttura diffusa nel Medio Campidano, ma il dialetto no: Anna Chiara, forse, ha cantato la sua disperazione e qualcun altro/a l’ha riportata su carta in dialetto logudorese».
Altre incongruenze?
«La seconda incongruenza si rileva nella piccola introduzione della canzone: “Canzoni sarda composta pro sa detenuta Orro Anna Chiara imputada pro una morte sende innozente composta sa propriu detenuta pro sa sua mala fortuna”. Mentre l’espressione pro sa detenuta faceva pensare ad una canzone scritta per la detenuta e non dalla medesima, l’espressione composta sa propriu detenuta sembrava invece confermare l’ipotesi di un testo autografo. Ma ora sappiamo che Anna Chiara non sapeva né leggere né scrivere».
Dunque?
«Dunque, è tornata a imporsi con urgente rilievo l’annotazione che compare nella chiusa della canzone, in calce, dove si legge: Giovannangela Barria, maritata Ledda Milia Giuseppe di Bortigali. Ovviamente già Candida Carrino si era posta l’interrogativo sul ruolo assunto dalla Barria, anche perché la posizione dell’annotazione fa pensare a una firma per suggellare l’intera composizione. C’erano solo due possibilità: o Anna Chiara aveva preso nota di questo nome in fondo alla canzone per una ragione ignota, oppure il nome annotato era quello della scrittrice del componimento, che ora sappiamo non poteva essere Anna Chiara».
Da una donna all’altra, da Siamaggiore a Bortigali, da Anna Chiara a Giovannangela…
«Ancora una volta, sono i documenti conservati negli Archivi a venirci in soccorso. Dopo una puntuale ricerca, è stato possibile rinvenire una firma di Giovannangela Barria che, confrontata con quella apposta nel manoscritto della canzoni sembra proprio combaciare, sia nella morfologia delle lettere, sia nella lieve inclinazione verso destra del tratto, visibile nelle due firme, come nel testo della canzoni. Ecco chiarito il mistero del logudorese».
Ma come è possibile che Giovannangela Barria sia venuta in contatto con Anna Chiara Orro?
«Le ipotesi sono sostanzialmente due: o la Barria era una poetessa che, venuta a conoscenza della vicenda di Anna Chiara anche dalla stampa regionale, ha deciso di farne una canzone, considerando che, come ha fatto giustamente notare Antonio Ignazio Garau, c’è una tradizione di componimenti in sardo anche di poetesse che raccontano fatti di sangue, documentata nella seconda metà del Novecento, oppure, la seconda ipotesi, che è la più suggestiva, è che le due donne abbiano condiviso l’esperienza del carcere e Anna Chiara abbia cantato/declamato in una bozza di cantzoni-arrepentina la sua tragedia a una Giovannangela che la annotava nel dialetto del suo paese».
Sarà possibile sapere qualcosa di più sui rapporti tra le due donne?
«Abbiamo fondati motivi per credere che anche la Barria avesse avuto guai con la giustizia. Ma, ancora una volta, sarà il fondo del Tribunale conservato in Archivio di Stato di Oristano, con molta pazienza e un pizzico di fortuna, a darci le risposte che cerchiamo».
Insomma: la ricerca va avanti?
«Assolutamente sì. Candida Carrino ha avuto il grande merito di riportare a casa la storia di una sfortunata cittadina di Siamaggiore, ma poi le comunità interessate dalla vicenda, si sono rivelate due. Ora il nostro compito è quello di fare luce su questa triste pagina di storia locale, ove, nonostante sia trascorso un secolo e più, le piaghe della violenza di genere, del pregiudizio, della mala giustizia e della mala sanità continuano a riflettere, come uno specchio immutato, le fragilità della società contemporanea. Fare luce su questa vicenda non è solo un atto dovuto, ma un imperativo morale al quale non intendiamo sottrarci, e, come si è intuito, siamo una bella squadra. Il prossimo obiettivo da perseguire con l’aiuto delle istituzioni, in primis, del sindaco di Siamaggiore, sarà quello di ottenere una buona copia del manoscritto della canzoni che consenta uno studio filologico-linguistico adeguato e che sia messo a disposizione di tutti coloro che ne vorranno prendere visione. Allora e solo allora, potremo davvero dire che la canzoni di Anna Chiara è tornata a casa».
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