Dalle serie tv crime alla Metropolitan Police, Scotland Yard parla sassarese: Annachiara Cabizza detective a 26 anni
Dopo il diploma, la laurea a Londra in “Criminology with Law” e il concorso
Annachiara Cabizza, a soli 26 anni da Sassari a Londra, fino a Scotland Yard. Un percorso insolito e affascinante che racconta determinazione, sacrificio e ambizione.
C’è stato un momento preciso in cui ha capito che voleva diventare investigatrice?
«In realtà è nato tutto in maniera molto semplice: guardavo serie tv come Ncis, Castle, Criminal minds con mia mamma. All’epoca ovviamente non pensavo che sarebbe diventato il mio lavoro. Poi ho fatto un anno in Inghilterra e, quando ho scoperto che qui c’era la possibilità di studiare criminologia e che esistevano diversi percorsi per diventare detective, ho iniziato a pensare che forse poteva essere qualcosa per me. Così, subito dopo le superiori, sono tornata a Londra per l’università».
A 26 anni lavora a Scotland Yard: quando ha pronunciato per la prima volta queste parole pensando «voglio arrivarci»?
«Proprio dopo quell’anno in Inghilterra. Prima era più che altro una curiosità, poi ho iniziato a vedere che poteva diventare un percorso concreto. Mi sono detta: “Perché non provarci?”».
Qual è stato il percorso di studi e professionale che l’ha portata fino a Scotland Yard?
«Intanto bisogna fare una precisazione: Scotland Yard è l’head office, ossia l’ufficio centrale, una sorta di quartier generale. Mentre la forza di polizia di Londra è la Metropolitan Police. Io ho fatto una triennale in Criminology with Law alla London South Bank University e poi un master in Crime and Forensic Science alla UCL. In seguito ho partecipato a un concorso pubblico, con una preselezione e vari test da superare. È andato tutto bene e ho iniziato a lavorare il 13 marzo del 2023. Sono previste diciotto settimane di addestramento, ci sono anche delle rotazioni in settori che trattano vari reati e ora in particolare presto servizio nel dipartimento che si occupa di sfruttamento e prostituzione minorile».
Cosa significa concretamente, per lei, essere detective?
«Essere una piccola parte di una realtà enorme come Londra e imparare a conoscerne tutte le sfaccettature. È un lavoro che ti porta continuamente a confrontarti con situazioni, ambienti e persone completamente diverse».
Com’è una sua giornata tipo?
«La cosa bella è che non esiste veramente una giornata tipo. Posso essere in tribunale per un’udienza, su una scena del crimine, a parlare con una vittima, a raccogliere una deposizione, oppure ad arrestare o interrogare un sospettato».
Quali sono le qualità più importanti per svolgere questo lavoro?
«Direi sicuramente empatia, common sense e capacità di adattamento. Devi saper parlare con persone molto diverse tra loro e capire come approcciarti a ciascuna situazione. E devi anche riuscire a mantenere la lucidità, soprattutto quando quello che hai davanti è emotivamente difficile».
Quanto conta l’intuito e quanto invece il metodo?
«L’intuito conta, ma il metodo molto di più. Puoi avere un’intuizione giusta, ma se non segui le procedure e i metodi corretti, quella stessa intuizione può non portare a nulla. Alla fine, quello che fai deve essere dimostrabile e sostenibile, non può basarsi semplicemente su una sensazione».
Le capita ancora di emozionarsi davanti a un caso complesso?
«Sì, assolutamente. Anzi, i casi complessi sono probabilmente quelli che preferisco. Mi piace essere messa alla prova e cercare di capire come arrivare alla soluzione. E sapere che quello che stai facendo è importante per qualcuno rende tutto ancora più significativo».
Un esempio?
«Ricordo uno dei primi casi di cui mi sono occupata. Un uomo aveva ripreso col cellulare la propria donna durante un rapporto intimo, a sua insaputa. Aveva pubblicato il video su OnlyFans per soldi. Non è stato semplice dimostrare la colpevolezza, la vittima aveva testimoniato nel processo ma non poteva bastare. Sono servite indagini complesse sul web e sui social ma alla fine lui è stato condannato e quella donna ha ottenuto giustizia».
Qual è l’aspetto più difficile del suo lavoro?
«Sicuramente comunicare cose molto dolorose alle persone. Penso, per esempio, ai genitori di una vittima. Devi riuscire a essere empatica e umana, ma allo stesso tempo non puoi permetterti di essere travolta emotivamente da quello che stai vivendo. È un equilibrio non sempre facile».
E quello che invece le dà maggiore soddisfazione?
«Sicuramente sapere di aver fatto bene il mio lavoro. Soprattutto nei casi più complessi, quando magari ci sono tante difficoltà da affrontare, arrivare alla fine e sapere di aver fatto tutto quello che potevi fare è una bella soddisfazione».
Ci sono episodi che l’hanno segnata particolarmente, dal punto di vista umano?
«Ci sono situazioni che rimangono dentro, però non posso parlarne. Dovrei entrare nei dettagli di casi che sono ancora aperti e non posso farlo».
Molto giovane per un incarico così delicato: sente il peso delle aspettative?
«Sì, soprattutto per la mia età. A volte sento di dover dimostrare di essere competente e capace, forse proprio perché sono così giovane. Ma cerco di trasformarla in una motivazione: voglio essere sicura che le persone con cui lavoro possano fidarsi di me e delle mie capacità».
Come riesce a staccare mentalmente da un lavoro così impegnativo?
«Quando torno a casa, cerco di lasciare tutto fuori dalla porta. Non è sempre facile, ma è fondamentale creare questa separazione. Mi ritaglio delle serate con le amiche, alcune sono italiane come me, con una siamo state anche compagne di classe, altre sono colleghe inglesi».
Quando torna in Sardegna, qual è la prima cosa che fa?
«Ceno con la mia famiglia. Dopo tutto il tempo passato fuori, non c’è niente di più bello che tornare a casa, sedersi a tavola con loro e ritrovare quella normalità che, quando vivi lontano, impari ad apprezzare ancora di più».
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