Amianto sulle navi della Marina, militare morto per un tumore ai polmoni. Il ministero condannato a risarcire la famiglia
L’uomo, originario di La Maddalena, è stato riconosciuto “vittima del dovere”
La Maddalena Era morto a 69 anni a causa di un adenocarcinoma polmonare con metastasi cerebrali, dopo aver lavorato per 20 anni a contatto con l’amianto sulle navi della Marina militare. Oggi 7 maggio, dopo una lunga battaglia giudiziaria il giudice del lavoro del tribunale di Tempio, ha riconosciuto che quella morte è stata provocata dall’amianto killer. L’ex dipendente della Marina militare, originario di La Maddalena, è stato riconosciuto “vittima del dovere”, così come chiesto al giudice dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, che assiste i familiari del militare morto. Nella causa civile intentata contro il ministero della Difesa è stato dimostrato che per vent’anni l’uomo aveva lavorato a bordo della navi militari, tra tubazioni, sale macchine e ambienti saturi di amianto, senza alcuna protezione. Una vita di lavoro e sacrificio segnata per sempre dalla malattia che l’ha portato alla morte. «Il tribunale di Tempio Pausania ha riconosciuto che la morte dell’ex dipendente della Marina militare è legata all’esposizione professionale alla fibra killer durante il servizio – spiega l’avvocato Bonanni – Il riconoscimento come “vittima del dovere” è una decisione che rappresenta non solo un importante risultato giudiziario, ma anche il riconoscimento umano di una vita trascorsa al servizio dello Stato e segnata da condizioni di lavoro altamente pericolose».
Il tribunale ha condannato il ministero della Difesa al pagamento di 200mila euro in favore dei familiari, oltre agli assegni vitalizi previsti dalla legge. Disposto anche l’inserimento del nominativo del militare nella graduatoria nazionale delle vittime del dovere. Dalle testimonianze raccolte nel processo è emerso un quadro impressionante dell’utilizzo dell’amianto all’interno della Marina negli anni in cui l’uomo prestò servizio con la mansione di nocchiere e meccanico specializzato. Le fibre erano presenti ovunque: nelle paratie, nei pannelli, nelle cucine di bordo e negli ambienti dell’Arsenale della Maddalena. «Era consuetudine spruzzare amianto su estese superfici a scopo ignifugo, coibente e anticondensa», ha raccontato uno dei testimoni ascoltati nel processo, descrivendo una pratica diffusissima sulle navi militari dell’epoca. Un altro ex dipendente dell’Arsenale ha ricordato come gran parte degli interventi venissero effettuati «nelle cucine alimentate a vapore, con tubi esterni completamente coibentati in amianto».
Tutto ciò è avvenuto per anni, senza adeguate protezioni e senza che i lavoratori avessero consapevolezza dei rischi a cui erano esposti. Secondo il tribunale, proprio quell’esposizione prolungata e continua alle fibre cancerogene ha avuto un ruolo determinante nell’insorgenza del tumore che ha portato alla morte dell’ex dipendente della Marina Militare. «La sentenza restituisce dignità e giustizia a una famiglia che per anni ha dovuto affrontare dolore e silenzio», dice ancora l’avvocato Bonanni. Alla vicenda si aggiunge anche un importante sviluppo davanti alla Corte di Cassazione, che ha riaperto il giudizio relativo alla posizione di un’altra figlia del militare, riconoscendo la necessità di riesaminare il diritto anche dei figli economicamente autonomi ad accedere ai benefici previsti per le vittime del dovere.
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