Totò e lo psichiatra nella vignetta sui social, ma non diffamò il sindaco: assolta
Il primo cittadino aveva sporto querela nei confronti di una donna
Paulilatino Una vignetta con Totò, una frase pungente e un riferimento a uno psichiatra. Uno scambio di commenti su Facebook è finito in tribunale con un’accusa di diffamazione aggravata ai danni di Domenico Gallus, sindaco oggi e allora di Paulilatino. A sei anni dai fatti, il Tribunale di Oristano ha assolto Rosa Corona perché il fatto non sussiste. Gallus aveva querelato quattro persone: per una la querela è stata ritirata, mentre altre due hanno patteggiato e pagato. Corona ha invece scelto di affrontare il processo, sostenendo di non aver avuto alcuna intenzione di offenderlo, anche perché legata all’ex sindaco da rapporti di amicizia.
La sentenza è stata pronunciata il 9 ottobre dalla giudice Chiara Lai.
I fatti risalgono all’ottobre 2020, durante la campagna elettorale per le amministrative di Paulilatino, in un periodo segnato dalle polemiche legate all’emergenza Covid. Corona aveva pubblicato sul proprio profilo Facebook una vignetta con l’immagine di Totò e una frase sulle persone convinte di essere superiori agli altri. In un successivo commento aveva aggiunto: «Bisognerebbe chiedere ad un esperto del settore. Che ne dice del professor Andreoli?», citando lo psichiatra Vittorino. Gallus aveva interpretato quelle parole come un riferimento alla propria salute mentale e una lesione della sua reputazione.
Nel processo, Corona ha ammesso di aver pubblicato i contenuti, spiegando però di averlo fatto in tono scherzoso e senza voler offendere il sindaco. Nelle motivazioni, la giudice ha rilevato che nei commenti non comparivano né il nome di Gallus né riferimenti espliciti alla sua carica. Le espressioni, pur non lusinghiere, non sono state ritenute inequivocabilmente insultanti né chiaramente dirette a una persona determinata. Anche il riferimento allo psichiatra non è stato considerato sufficiente a configurare il reato.
Secondo il Tribunale, non è emersa oltre ogni ragionevole dubbio una comunicazione diffamatoria, ma uno scambio di battute dal significato ambiguo, metaforico o valutativo. Da qui l’assoluzione di Corona perché il fatto non sussiste.
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