Processo Ingenium, arriva la sentenza per l’ex assessora regionale Alessandra Zedda: «È la fine di un incubo»
Era accusata di peculato nell’inchiesta della procura di Cagliari
Assoluzione con formula piena perché il fatto non sussiste. Si chiude così, dopo tredici anni, il processo “Ingenium Zernika” che vedeva imputata l’ex assessora regionale all’Industria Alessandra Zedda, accusata di peculato nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta tangente da 80 mila euro che era stata contestata all’allora presidente della Regione Ugo Cappellacci. I fatti risalgono a 13 anni fa.
Per Alessandra Zedda, oggi consigliera comunale della Lega a Cagliari ed ex esponente di Forza Italia all’epoca dei fatti, arriva la decisione definitiva del collegio giudicante. I due pubblici ministeri Diana Lecca e Emanuele Secci avevano già chiesto l’assoluzione nel merito nell’udienza dell’ottobre dello scorso anno; oggi il tribunale sancisce in modo pieno che l’ex assessora non ha commesso il fatto e chiude definitivamente la vicenda.
«Per me, da innocente, è la fine di un incubo» dice appena ricevuta la notizia della sentenza Alessandra Zedda. «Un incubo durato 13 lunghi anni, un processo complesso, passato attraverso varie fasi. Oggi la giustizia ha veramente trionfato. Devo comunque dare atto ai pubblici ministeri e a tutto il collegio giudicante, di aver fatto fino in fondo il loro dovere, facendo emergere la correttezza del mio comportamento. Ma voglio anche rivolgere un ringraziamento all’avvocato Agostinangelo Marras che ha sempre creduto nella mia innocenza, è stato al mio fianco sin dal primo momento ed è stato impeccabile.
È una liberazione per chi come me ha sempre assolto al servizio pubblico con estrema responsabilità e correttezza. Il procedimento, ricorda l’ex assessora regionale, avrebbe potuto concludersi con la prescrizione ma erano stati proprio i Pm a decidere di richiedere l’assoluzione nel merito. «Questo – ricorda ancora – ha consentito di chiudere la vicenda giudiziaria con una formula ancora più ampia». Tredici anni che hanno inciso anche sul piano personale e politico. «Ci sono stati momenti veramente bui». In particolare, quando il rinvio a giudizio è stato utilizzato come arma di scontro politico: «Si può essere avversari, ma mai usare vicende giudiziarie quasi come fossero condanne». Accanto alle difficoltà, però, anche il sostegno. «Ho sempre goduto della stima della gente e dei miei amici, che non hanno mai creduto potessi commettere quei i fatti addebitati». E aggiunge: «Anche dopo la richiesta del Pm, altri tre mesi e mezzo di sofferenza. Oggi parla di serenità ritrovata, ma senza rivendicazioni eclatanti. «Alessandra ha sempre dormito serenamente con sé stessa». Era però importante, sottolinea, «che fosse dimostrato all’esterno che quello che dicevo era la verità». Resta l’amarezza per «quel dito puntato che non meritavo».
.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=85a558b)