La Nuova Sardegna

Il processo

L’ex boss Raduano confessa un omicidio e rivela i nomi dei sardi che lo aiutarono dopo l’evasione: ecco chi sono

di Valeria Gianoglio
L’ex boss Raduano confessa un omicidio e rivela i nomi dei sardi che lo aiutarono dopo l’evasione: ecco chi sono

Il collaboratore di giustizia ha testimoniato al processo contro i due fiancheggiatori che lo supportarono durante la latitanza in Sardegna

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Nuoro «L’evasione da Badu ’e Carros? Ho studiato le falle del carcere per mesi, mi sono servito delle informazioni di detenuti, uno mi ha anche dato un attrezzo dal settore officina, poi, visto che godevo di una certa libertà in quanto lavoratore in biblioteca e come “scrivano” per i detenuti, avevo visto anche le chiavi incustodite e la sala regia senza personale. Avevo sempre esternato la mia volontà di evadere e trovai in alcuni miei compagni di carcere grande disponibilità. Mi dissero “I sardi sono vicini ai latitanti”, e che la Barbagia mi avrebbe dato supporto. E mi aiutarono anche dopo l’evasione. Mi diedero di tutto: anche il giornale. Prima a Bitti, nelle campagne di Orune, a Padru e fino alla Corsica. Perché da Badu ’e Carros ero uscito in mutande, signor giudice. I sardi mi hanno dato tutto. E avevano un accordo con i corsi, anche per portarmi in Corsica. Per quello mi sono sdebitato con loro, facendo un omicidio in Corsica nell’agosto del 2023».

Il volto nascosto

Capelli corti, felpa con cappuccio che appena si intravede dal monitor, seduto spalle alla telecamera per non farsi vedere in viso, Marco Raduano ieri sera, mercoledì 18, depone come testimone di peso al processo davanti al tribunale collegiale di Nuoro presieduto da Elena Meloni, che vede come imputati due suoi presunti fiancheggiatori durante la latitanza seguita alla fuga da film del penitenziario nuorese, il 24 febbraio del 2023. E lo fa seguendo il protocollo previsto per i collaboratori di giustizia. Così, almeno, tengono a spiegare gli uomini che lo scortano: e dunque si presenta al monitor senza mostrare il volto, ma solo le spalle e la testa.

Le proteste della difesa

Suscitando anche le decise proteste da parte degli avvocati della difesa, pure nelle forme di una eccezione procedurale sollevata nell’aula nuorese dai legali Ivano Iai e Giancarmelo Serra, che assistono i due imputati di Orune, Antonio Mangia e Pietro Antonio Tolu.

È un fiume in piena, l’ex boss della mafia garganica, da marzo del 2024 diventato “pentito” al servizio dello Stato, residente in una struttura protetta e segreta nella Penisola, scortato dalle forze dell’ordine, accompagnato da un’avvocata, autore e reo confesso di diversi omicidi e atti criminali di rilievo.

L’omicidio rivelato

L’ultimo dei quali lo rivela proprio ieri sera, per la prima volta in un’aula di giustizia, dopo averne già parlato, invece, «con la Procura distrettuale e con i francesi», come ha sottolineato, prima di raccontare, senza sbavature né tentennamenti, che in cambio dell’aiuto ricevuto per la sua latitanza, e per il trasporto da Padru alla Corsica, in virtù di un accordo mai rivelato finora tra un gruppo di sardi e i vicini dell’altra isola, «mi sono sdebitato con un omicidio. L’ho commesso a nome di un certo Cedric del fronte nazionale di liberazione, nell’agosto del 2023».

Ma ancor prima, rispondendo alle domande dei pm della Dda, Emanuele Secci e Danilo Tronci, e ai difensori, Ivano Iai e Giancarmelo Serra, l’ex boss Raduano, che gli amici chiamavano “Pallone”, ripercorre tutte le fasi dell’evasione e dei successivi mesi di latitanza. Dai primi «quattro giorni trascorsi in un rudere del centro abitato di Nuoro – racconta – dove uscivo solo la notte per cercare da bere e mangiare» ai successivi e avventurosi passaggi fino a Bitti, Orune, Padru e Corsica. Fa anche i nomi di chi lo avrebbe aiutato, ma li cambia o ne aggiunge, rispetto ai suoi interrogatori iniziali post cattura e ingresso nel mondo dei collaboratori di giustizia.

«Dà versioni diverse»

Come mai all’inizio aveva fatto solo il nome di Mangia e poi oggi ne fa diversi altri? I racconti non coincidono, e le versioni cambiano sia per i nomi, sia per i luoghi», gli chiede, a più riprese, l’avvocato Iai, evidenziando con decisione, insieme al collega Serra, le discordanze tra la deposizione di ieri e i precedenti interrogatori.

«All’inizio avevo paura»

«Ho indicato solo Mangia all’inizio perché lo ritenevo avere meno capacità vendicativa, e io in un primo momento avevo paura di fare altri nomi – risponde Raduano – poi, quando hanno messo sotto protezione la mia famiglia, allora mi sono sentito libero di fare tutti i nomi e di raccontare le cose».

E i nomi che l’ex boss Raduano fa, ieri pomeriggio, come aiutanti nella sua latitanza, a vario titolo, nel corso di una udienza fiume, sono diversi: dalla famiglia Gusinu di Padru, con il padre Elio e il figlio Antonio, a Martino Contu di Bitti. «Antonio Mangia e Martino Contu li avevo conosciuti a Badu ’e Carros, in carcere erano i miei riferimenti. Sono stati scarcerati prima della mia evasione. Ma poi a loro mi sono rivolto durante la latitanza. Quando, da Nuoro, un altro complice mi aveva portato alla tabaccheria di Contu a Bitti. E da lì poi in due casolari a Bitti e nelle campagne di Orune».

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