La Nuova Sardegna

La tragedia

Moby Prince, la rivelazione choc di un ex ufficiale della Capitaneria: «Durante la tragedia il comandante mi lasciò solo»

di Luigi Soriga
Il traghetto Moby Prince reduce dall'incendio a seguito della collisione con la petroliera "Agip Abruzzo" il 10 aprile 1991.ANSA
Il traghetto Moby Prince reduce dall'incendio a seguito della collisione con la petroliera "Agip Abruzzo" il 10 aprile 1991.ANSA

Lorenzo Checcacci, ufficiale d’ispezione che quella notte gestì l’emergenza, rompe il silenzio

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Sassari A Livorno, la notte del 10 aprile non passa mai davvero. Resta lì, sospesa come il fumo che avvolse il Moby Prince, come le voci che nessuno raccolse, come i soccorsi che non arrivarono. Trentacinque anni dopo, quella notte continua a parlare. E a fare male.

Ieri la memoria si è fatta strada tra corone, silenzi, nomi letti uno a uno. Centoquaranta. Sempre gli stessi. Eppure ogni volta diversi, perché ogni anno che passa aggiunge una crepa, una domanda, una verità mancata.

Ma dietro la liturgia civile della commemorazione, vibra ancora una rabbia lucida, stufa di essere confinata nei recinti del cerimoniale. È la rabbia di chi si sente trattato come un “familiare di serie B”, superstite di una tragedia che l'Italia ha provato a dimenticare troppo in fretta.

Luchino Chessa, figlio del comandante Ugo, che la sera del 10 aprile 1991 stringeva il timone della più grande tragedia marittima della marina italiana, lo dice con franchezza: «Mi sento, triste e stanco: dopo trentacinque anni di ipocrisia, me ne sarei rimasto volentieri a casa. Se sono qui è solo per un dovere morale, per responsabilità verso chi non c'è più e per i familiari delle vittime che rappresento. Nessuna carica istituzionale ha mai ricordato per davvero questa tragedia. Io la definisco per quella che fu davvero: una strage di Stato».

Mentre fuori si depongono fiori, dentro le aule romane della Commissione parlamentare d’inchiesta il passato ha rigurgitato frammenti di una nuova verità. Lorenzo Checcacci, l’ufficiale di ispezione della Capitaneria di Porto che quella notte gestì il nulla via radio, ha rotto un silenzio sin troppo lungo. Il suo racconto è il verbale di un disfacimento della catena di comando. Così, crollato il teorema della “morte breve” di passeggeri ed equipaggio, cambierebbe anche il peso delle responsabilità. Da disastro marittimo a un abisso di omissioni.

La centrale operativa della Capitaneria, che in quella notte d’inferno doveva essere il cuore pulsante del coordinamento, si trasformò improvvisamente in un guscio vuoto. Proprio mentre il Moby Prince si trasformava in un braciere e le richieste d’aiuto si frantumavano contro il silenzio dell’etere, la catena di comando si spezzò.

Il capo della sezione operativa si affacciò, guardò il caos negli occhi e decise di voltargli le spalle. Disse di dover fare delle telefonate. Si allontanò. A presidiare il nulla rimase Checcacci. Un ufficiale d’ispezione lasciato solo, senza la formazione necessaria, senza strumenti, senza neppure un radar per bucare il buio della rada. È lui l’uomo che quella notte parlò alla radio, che tentò di dare risposte mentre là fuori, a pochi chilometri, 140 persone respiravano fumo e aspettavano un segnale che non arriverà. La vita di centinaia di anime furono affidate al caso.

E quando il racconto di Checcacci prosegue davanti alla commissione d’inchiesta, lo scenario si fa più inquietante. Nella sala operativa della Capitaneria a un certo punto entrò il comandante. Ma non per riprendere le redini. Fece una scelta che, a rileggerla oggi, toglie il respiro: tornò a casa, si cambiò il maglione e corse in mare. Si portò dietro il capo operativo, svuotando fisicamente la centrale del suo sapere tecnico proprio nel momento più drammatico. Il Moby Prince era una torcia luminosa, ma rimase invisibile ai suoi soccorritori. Verrà ritrovato solo un’ora e un quarto dopo l'impatto. Per caso. I soccorsi partiranno con un ritardo criminale.

Quando la prima lancia arrivò a tiro, le fiamme avevano già avvolto 140 esistenze. «Cose che già sapevamo», commenta amaro Luchino Chessa. Per i familiari, queste non sono novità che cambiano il quadro, ma conferme di un fallimento sistemico. «Queste rivelazioni non smuovono di un millimetro le nostre convinzioni. C’è stato un disegno chirurgico per offrire agli inquirenti e all’opinione pubblica una verità di comodo che conviene a tutti. La storia del “comandante distratto”, che in mezzo alla nebbia guida una nave troppo veloce che va a schiantarsi contro una petroliera, è una semplificazione che nasconde segreti ben più fitti». E quella lunga narrazione di “non ricordo” che ha accompagnato ogni passaggio di questa storia diluita nei decenni, diventa, per i familiari, la conferma più evidente.

Il dolore, per le associazioni dei familiari guidate da Chessa e Nicola Rosetti, non è solo l’assenza della verità giudiziaria, ma l’erosione della memoria pubblica. Chiedono giustizia e chiedono che Livorno non si limiti ai fiori di aprile. «Vorremmo una strada, una piazza centrale, frequentata, che porti i nomi delle vittime. Perché la memoria deve vivere ogni giorno dell'anno, non solo quando le telecamere si ricordano di noi».

Trentacinque anni dopo, il Moby Prince non è più solo una nave fantasma al largo del porto. È il simbolo di una nazione che non riesce a fare i conti con i propri buchi neri. Mentre la Commissione tenta di percorrere “l’ultimo miglio”, i familiari restano lì, a guardia di quei 140 nomi, decisi a non accettare più nessuna “verità di comodo”, fosse anche l'ultima. Armati di cocciutaggine e diffidenza. Perché 35 anni insegnano a non fidarsi. Il fumo di quella notte non si è mai diradato, e l’incendio non si è mai spento. Nemmeno nella coscienza di un Paese. 

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