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Medio Oriente

Hormuz, pressing Usa sull’Italia: Meloni davanti alla scelta sui dragamine


	Un dragamine in una foto d'archivio
Un dragamine in una foto d'archivio

Washington intensifica le richieste agli alleati europei per lo sminamento nello Stretto. Roma valuta tra prudenza e pressioni, mentre cresce il rischio militare e l’impatto sui mercati energetici

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Roma Si apre un passaggio delicato per il governo italiano, chiamato a decidere in tempi stretti sulla possibile partecipazione a un’operazione di sminamento nello Stretto di Hormuz. Nelle ultime ore l’amministrazione guidata da Donald Trump ha intensificato le interlocuzioni con gli alleati europei, chiedendo un contributo concreto in termini di mezzi navali.

L’appello è rivolto in particolare a quattro Paesi – Regno Unito, Italia, Germania e Olanda – ritenuti gli unici in grado di mettere a disposizione cacciamine adeguati. Il contesto, tuttavia, è cambiato rapidamente: non più uno scenario di tregua e negoziati, ma l’ipotesi di un blocco navale statunitense accompagnato da operazioni di bonifica in un’area esposta a possibili reazioni iraniane.

Il nodo per Palazzo Chigi

Per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si tratta di una scelta complessa, che intreccia aspetti militari e diplomatici. Nei giorni scorsi l’Italia, attraverso il governo e il ministero della Difesa, aveva manifestato una disponibilità preliminare a partecipare alla missione con unità della Marina. Le opzioni sul tavolo variano: da un impegno più limitato, con due cacciamine, una fregata e una nave logistica, fino a uno scenario più ampio con quattro cacciamine, una portaelicotteri e una fregata. La condizione posta da Roma, condivisa con altri partner europei, era però chiara: intervenire in un contesto almeno formalmente pacificato, successivo alla cessazione delle ostilità.

Lo scenario che cambia

Il quadro, però, si è modificato rapidamente. Secondo quanto riportato anche da La Repubblica, le prospettive di una de-escalation si sono indebolite, mentre prende corpo l’ipotesi di un blocco navale statunitense volto a fermare il traffico marittimo nello Stretto. Una simile evoluzione renderebbe le operazioni di sminamento significativamente più rischiose, esponendo le unità coinvolte a possibili attacchi. Nonostante ciò, Trump ha dichiarato pubblicamente che il Regno Unito e “altri Paesi” starebbero già inviando dragamine. Londra, da parte sua, ha escluso un coinvolgimento diretto nel blocco navale, senza fornire dettagli sull’eventuale impiego di mezzi specializzati.

I contatti con Washington

Sul fronte italiano, fonti non ufficiali parlano di contatti recenti tra l’esecutivo e la Casa Bianca, fino a ipotizzare un confronto diretto tra Meloni e Trump. Il pressing statunitense appare legato anche a una necessità operativa: gli Stati Uniti non dispongono attualmente di un numero sufficiente di cacciamine da impiegare nell’area. In questo contesto, la linea di Palazzo Chigi resta improntata alla cautela. L’orientamento italiano sembra quello di muoversi in coordinamento con gli altri partner europei, valutandone le decisioni nelle prossime ore.

Energia e consenso politico

A pesare sulla scelta ci sono anche le implicazioni energetiche. La stabilità dello Stretto di Hormuz è cruciale per le forniture globali, e un eventuale coinvolgimento italiano potrebbe incidere sui rapporti con Washington anche in termini di approvvigionamento alternativo. Allo stesso tempo, il governo è consapevole dei rischi legati a un’escalation militare. L’obiettivo dichiarato resta quello di evitare incidenti sul campo, soprattutto considerando che l’operazione nasce da una richiesta diretta dell’amministrazione americana, tema sensibile anche sul piano del consenso interno.

Timori sui mercati

Nel frattempo cresce la preoccupazione per le ricadute economiche. L’ipotesi di un blocco navale e l’inasprirsi delle tensioni internazionali alimentano i timori di una fase di austerità e di misure restrittive. A Palazzo Chigi si guarda con attenzione all’apertura dei mercati, mentre resta alta l’allerta per possibili rialzi dei prezzi dei carburanti, già sotto pressione per le tensioni geopolitiche nell’area del Golfo.

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