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L’intervista

Operazione ad alta complessità al Brotzu, la paziente Chiara Trudu: «Vi racconto la mia lotta contro un tumore rarissimo»

di Caterina Cossu
Operazione ad alta complessità al Brotzu, la paziente Chiara Trudu: «Vi racconto la mia lotta contro un tumore rarissimo»

La 35enne di Oristano: «Ora non aspetto più il momento giusto»

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Cagliari «Per tanto tempo ho aspettato il momento giusto per vivere le cose, sperando che il tumore non le sfiorasse. Oggi invece scelgo di prendermi la felicità nell’istante in cui le faccio accadere: la malattia è solo una parte della nostra complessità. Accoglierla significa accogliere ciò che ci attraversa».

Chiara Trudu ha 35 anni e una rarissima forma tumorale legata a una mutazione genetica, «quei casi da uno su un milione» dice lei. Nei giorni scorsi all’ospedale Brotzu di Cagliari la ragazza, originaria di Oristano che da tempo vive a Cagliari, è stata sottoposta a un delicato intervento chirurgico di natura oncologica di circa cinque ore. L’operazione, eseguita dall’équipe di Ginecologia oncologica guidata da Antonio Macciò, ha previsto un’ampia chirurgia di citoriduzione della massa tumorale. Il caso clinico così particolare, associato alla mutazione del gene Stk11, sarà al centro di una pubblicazione scientifica internazionale dedicata alle neoplasie ginecologiche ultra rare.

Come si sente ora? Tra qualche giorno sarà dimessa dall’ospedale.

«Non è corretto chiamarlo intervento salvavita, ma ho sempre tenuto un atteggiamento positivo e fiducioso nei confronti delle cure, quindi ora respiro un po’ di più. Certamente nella mia situazione la chirurgia rappresenta una via fondamentale».

Come ha scoperto della malattia?

«Tutto è iniziato nel 2021. Sono entrata al pronto soccorso del Brotzu per un forte dolore al fianco. Non potevo davvero immaginare che sarei uscita poi da una sala operatoria, con una diagnosi di tumore. Ma non sapevo ancora fosse un caso raro».

In che senso?

«Inizialmente le cose sono andate bene, poi il percorso oncologico è stato complicato da recidive, conseguenze impegnative come un’ischemia a una gamba, che mi ha reso zoppa per quasi un anno. Ci sono voluti tre anni per arrivare alla diagnosi di ultra rarità del tumore».

Qual è stata la sua prima reazione?

«Sono momenti in cui è difficilissimo scacciare il pensiero negativo dell’ingiustizia, del “perché a me”. Ho tratto grande ispirazione da Michela Murgia e dal suo “perché non a me”. È stata un faro, nell’accoglienza coraggiosa della sua malattia e la voglia di prendersi tutto il tempo che le veniva concesso».

Chi è la persona oltre questo percorso?

«Chiara, a cui piace studiare. E viaggiare. Ho fatto le Magistrali a Edimburgo. Poi mi sono laureata in Lettere, mai stando ferma, e col tempo ho iniziato a desiderare di condividere questo mio amore per lo studio, quindi a voler fare l’insegnante. Potrei dire che lo sono già, ma la malattia ha rallentato il mio costruire la professione, interrompendo percorsi o costringendomi a riprogrammare impegni e opportunità di lavoro. Ma io ne ho tratto un grande insegnamento».

Vuole condividerlo?

«Avere la capacità e la forza mentale di non ridursi a pensare che quello sia un fallimento. A volte ho la percezione che mentre io metto in stand-by la mia vita per affrontare le cure, resto immobile rispetto agli altri che vanno. Ma si vive, sono viva».

Come ha costruito questa serenità?

«Ho spostato l’attenzione su quello che la malattia mi ha dato, non su quello che mi ha tolto. Per esempio, le relazioni: ho fatto tanti ricoveri e ho incontrato tante persone. Ho capito che non si è mai da soli a lottare, ma insieme, ognuno per la propria storia e per le proprie difficoltà».

Non deve essere stato affatto semplice.

«Per niente, e la psicoterapia mi ha aiutato tanto in questo. Qualche anno fa anche mio padre è morto per tumore, è stata dura. Il mio pilastro è mia sorella maggiore, Eleonora. E la mia compagna, Valeria, che è sempre rimasta con me».

Che rapporto ha con il personale sanitario?

«Un ruolo fondamentale nel percorso di cura ha avuto la professionalità e il supporto dell’equipe guidata dal professor Macciò. Oltre alla competenza nell’affrontare una situazione particolarmente insidiosa, ho sempre potuto contare su approcci integrati, presenza costante del personale, empatia e scelte sempre guidate al benessere dei pazienti».

Ora le cure come funzioneranno?

«Adesso il percorso prevede una terapia la cui efficacia non è affatto scontata. Non ci sono percorsi standard e riconosciuti, non ci sono protocolli definiti. Anche questo significa avere un tumore così raro. Inizialmente mi sono sentita un po’ persa, ma l’idea è quella di affrontare con spirito positivo anche questa fase, come l’operazione. E non vedo l’ora di tornare a casa, alle cose semplici di sempre».

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