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Incubo caro carburante, il prezzo in Sardegna è il più alto d’Italia: il diesel sopra i due euro – Tutti i dati

di Massimo Sechi
Incubo caro carburante, il prezzo in Sardegna è il più alto d’Italia: il diesel sopra i due euro – Tutti i dati

Cristiana Vinci, Confindustria: «Ogni centesimo in più crea un grave danno alle aziende»

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Sassari Il prezzo del gasolio continua a salire e la Sardegna ha raggiunto il poco rassicurante primato della Regione con la media più alta in Italia. I dati dell’osservatorio del ministero del Made in Italy certificano, infatti, che nell’Isola il costo al litro è salito a 2,004 euro, superiore di 0,018 centesimi rispetto alla media nazionale. Un primato confermato anche dal dato dell’ultimo mese. Dal 14 aprile al 13 maggio la media del prezzo in Sardegna è stata di 2,080 euro, un costo eguagliato solo dal Friuli Venezia Giulia. Se facciamo la media del costo dai giorni appena successivi allo scoppio della guerra i n Iran ad oggi la media sarda arriva a 2,060 euro. Ricordiamo che prima dell’inizio del conflitto la media nazionale del costo del diesel era di 1,720, con un incremento che supera gli 0,35 centesimi al litro. A sorprendere, e a preoccupare, è questo progressivo aumento nell’isola. Individuare le cause non è semplice perché il modo con il quale viene determinato il prezzo alla pompa è condizionato da diversi fattori e i gestori delle stazioni di servizio sono solo l’ultimo anello della catena.

I distributori dell’Isola

«Il prezzo finale nasce da una combinazione di elementi internazionali: quotazioni dei prodotti raffinati, cambio euro-dollaro e dinamiche del mercato, nessuna di queste dipende da fattori dell’Isola – precisa Salvatore Garau, presidente di Figisc Confcommercio –. La mia non è una difesa della categoria ma come ho detto più volte in questi giorni i distributori possono incidere per pochi millesimi e si trovano a dover applicare il prezzo che viene comunicato dalle compagnie». Secondo Garau il primato della Sardegna non ha cause strutturali. «Le differenze territoriali possono cambiare anche rapidamente e dipendono dalle politiche commerciali delle compagnie petrolifere. Con la fine del cosiddetto “prezzo amministrato”, abolito con le liberalizzazioni oltre 30 anni fa, ogni compagnia applica strategie differenti anche all’interno dello stesso marchio e della stessa città. Una situazione che la categoria contesta da tempo perché può creare squilibri e concorrenza interna tra distributori vicini».

Confindustria Trasporti

«Due centesimi al litro sembrano poca cosa a chi guarda il distributore con gli occhi dell'automobilista, ma nel nostro settore sono una voragine – commenta Cristiana Vinci, presidente della sezione Trasporti di Confindustria Sud Sardegna –. Un trattore stradale che percorre 110-120 mila chilometri l'anno consuma mediamente 35-40 mila litri di gasolio. Significa 700-800 euro in più per ogni mezzo, ogni anno, solo per quei due centesimi. Un'azienda con venti automezzi parte già con un handicap di 15 - 16 mila euro rispetto a un concorrente che opera sulla penisola, prima ancora di accendere il motore. E questi due centesimi non vivono da soli: si sommano al costo dei traghetti, ai tempi morti di imbarco, alle assicurazioni più alte, ai ricambi che arrivano via nave con maggiorazioni del 10-15%.

È una stratificazione di svantaggi che si chiama insularità». Un incremento che sta quindi rischiando di mettere in ginocchio le imprese del settore. «È un aumento che tocca ogni anello della catena: il viaggio principale, le tratte di adduzione ai porti, le consegne dell'ultimo miglio, perfino i mezzi fermi che vanno spostati in officina. I margini del settore in Sardegna sono ormai compressi a una sola cifra percentuale, in molti casi sotto il 3 per cento sul fatturato. È una soglia fisiologicamente insostenibile: basta un guasto importante, un cliente che paga in ritardo, un'assicurazione che si rinnova al rialzo, e si va in perdita. Molte aziende stanno tirando avanti consumando il patrimonio accumulato negli anni buoni, rinviando il rinnovo del parco veicolare e tagliando investimenti su sicurezza e formazione. È una resistenza che ha le ore contate se non interviene qualcosa dal governo nazionale, dalla Regione e dall’Europa».

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