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Il progetto

A Bosa una casa per nomadi digitali, ecco la sfida di Maria Pia Cossu

di Nadia Cossu
A Bosa una casa per nomadi digitali, ecco la sfida di Maria Pia Cossu

In un’antica palazzina di famiglia ha creato un coliving

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Bosa Nel cuore antico di Bosa, tra le pietre consumate dal tempo e i vicoli colorati di Sa Costa, esiste una casa che custodisce ricordi, voci e vite passate. Una casa che profuma di caffè condivisi, di chiacchiere tra sconosciuti diventati amici, di partenze e ritorni. Oggi quella casa ha un nome nuovo: Naki. Ma la sua anima affonda le radici molto più lontano, nei ricordi d’infanzia di Maria Pia Cossu.

A 51 anni, Maria Pia ha scelto di trasformare una memoria familiare in una visione contemporanea dell’ospitalità. Non un semplice affittacamere, ma un luogo capace di accogliere persone, idee, storie e nuove possibilità. Un coliving – tra i pochissimi esistenti in Sardegna – nato nel cuore del centro storico di Bosa, in via del Seminario 7, dentro una tipica casa “torre” ottocentesca appartenuta a una zia che, molto prima che esistessero i B&B, apriva già le sue porte a studenti e lavoratori offrendo vitto e alloggio.

Forse è proprio lì che tutto è iniziato. Da bambina, Maria Pia attraversava quelle stanze senza sapere che un giorno sarebbero diventate il simbolo del suo progetto di vita. Quelle mura custodivano già il senso dell’accoglienza, il valore dello stare insieme, il calore semplice delle relazioni umane. Anni dopo, mentre insieme alle sorelle portava avanti lentamente la ristrutturazione della casa di famiglia, quel ricordo è tornato a bussare forte. E nel frattempo, anche la sua vita aveva compiuto un lungo viaggio.

Nata in Olanda, cresciuta a Bosa, Maria Pia ha vissuto quasi vent’anni a Pisa, città che l’ha accolta da studentessa universitaria e che poi ha scelto come luogo dove costruire il proprio percorso professionale. Dal 2003 lavora nel mondo del web, prima nell’e-learning universitario tra Pisa e Firenze, poi come web designer, social media strategist e storyteller territoriale.

Sono stati anni di incontri che, lentamente, hanno plasmato la sua visione del futuro. Il tema degli spazi condivisi la affascinava già allora. «A Pisa frequentavo coworking creativi, eventi sul marketing e sull’innovazione, festival dedicati al digitale e al turismo. Nel frattempo, attraverso l’esperienza con gli Igers Sardegna, ho iniziato a osservare il territorio con occhi diversi: non solo come luogo da raccontare, ma come spazio da vivere e valorizzare».

Passeggiate fotografiche, trekking, storytelling, comunità. Ogni esperienza aggiungeva un tassello.

Poi arrivò la pandemia. E, come spesso accade nei momenti sospesi, anche per Maria Pia qualcosa cambiò profondamente. «Durante un forum digitale dedicato ai borghi italiani iniziai a sentire parlare sempre più spesso di smart working, nomadi digitali, workation e nuovi modi di abitare temporaneamente i luoghi. Mentre il mondo rallentava – spiega – cresceva il desiderio di molte persone di vivere lontano dalle grandi città, cercando territori autentici dove lavorare da remoto senza rinunciare alla qualità della vita».

Maria Pia ha capito subito una cosa: Bosa aveva tutte le caratteristiche per diventare una destinazione ideale. Il mare, i ritmi lenti, la dimensione umana, la natura, il centro storico, la possibilità di creare relazioni vere. «Sapevo che qui non esisteva ancora un coliving e che, in tutta la Sardegna, nel 2021, se ne potevano contare sulle dita di una mano. Una realtà che invece era già consolidata in Spagna, Portogallo e soprattutto in mete molto amate dai nomadi digitali come Bali, Thailandia e Vietnam».

Mancava però uno spazio capace di parlare davvero a quella nuova generazione di viaggiatori e professionisti nomadi. Fu allora che i pezzi iniziarono finalmente a unirsi.

Da una parte il suo percorso nel digitale e nello storytelling territoriale. Dall’altra quella vecchia casa di famiglia piena di memoria. In mezzo, il desiderio profondo di restare a Bosa senza rinunciare a una visione contemporanea del lavoro e dell’ospitalità.

Così è nato Naki. «Nome che deriva dal sardo “narami” (raccontami) – spiega Maria Pia – e che si usa proprio come incipit di un racconto. In fondo Naki è proprio questo: un luogo dove storie di vita si incontrano e si... raccontano».

Non un hotel impersonale, ma una casa viva. «Un luogo dove una cucina condivisa può trasformarsi in una cena improvvisata tra persone provenienti da Paesi diversi. Dove una semplice torta preparata insieme può diventare occasione di connessione autentica». Dove chi arriva per lavorare da remoto può sentirsi parte di una piccola comunità, pur mantenendo la propria libertà. Valore imprescindibile.

Le tre camereNassa, Corbula e Filet — raccontano l’identità del territorio attraverso dettagli ispirati all’artigianato locale, ai tessuti, ai cestini in asfodelo e al merletto tradizionale bosano. Stanze con bagno privato convivono con gli spazi comuni, un vicino coworking, esperienze sul territorio, laboratori artistici, collaborazioni con guide locali, artigiani e associazioni culturali. Tutto pensato per creare un turismo più lento, umano e rigenerativo. Per Maria Pia, infatti, il futuro dell’ospitalità non riguarda soltanto i posti letto, «ma la capacità di costruire relazioni e valorizzare i territori in modo autentico».

Quando ha deciso di credere davvero in Naki, ha trovato sostegno anche nella Scuola di Turismo Ispirazionale di Silvia Salmeri, che l’ha incoraggiata a trasformare quell’intuizione in un progetto concreto e a partecipare al bando Resto al Sud, poi vinto con successo. «Quel finanziamento – dice oggi con soddisfazione – ha permesso di completare i lavori e dare finalmente forma a ciò che oggi Naki rappresenta: una nuova idea di ospitalità nel cuore di Bosa».

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