Vermicino, 45 anni fa la tragedia di Alfredino: la discesa nel pozzo di Angelo Licheri e la carezza al piccolo prima di risalire
Il tipografo di Gavoi si calò a 60 metri di profondità per cercare di salvare il bambino
Il buio, la solitudine e la fame. Tre degli incubi peggiori dell’essere umano, e tutti e tre sulle spalle di un bambino di sei anni, incastrato vivo a decine di metri sotto terra. È il 10 giugno 1981 quando la vita di Alfredo Rampi, per tutti diventato Alfredino, precipita in un incubo che l’Italia intera non riuscirà più a dimenticare.
A Vermicino, alle porte di Roma, dove la famiglia Rampi stava trascorrendo le vacanze, il pomeriggio si apre come tanti. Alfredino è con suo padre in una campagna, chiede di allontanarsi per proseguire da solo lungo il sentiero che riporta a casa, poi il silenzio. La scoperta arriverà solo qualche ora dopo: Alfredino è caduto in pozzo artesiano non segnalato, un cilindro di pietra largo appena venti centimetri e profondo oltre sessanta metri.
Da quel momento inizia una frenetica corsa contro il tempo. Mentre Alfredino è rimasto incastrato a decine di metri di profondità, la superficie si riempie di persone, mezzi, luci e curiosi. Per tre giorni l’Italia resta sospesa. Le televisioni entrano dentro quella voragine e non ne escono più, una diretta continua dell’orrore, viene persino calato un microfono nel pozzo che farà ascoltare a milioni di persone la voce del piccolo Alfredo chiedere aiuto: «Mamma, mamma».
La risonanza mediatica alimenta talmente tanto la curiosità del pubblico che attorno al pozzo arrivano circa 10mila persone, con venditori ambulanti di cibo e bevande al seguito.
Milioni di persone restano con il fiato sospeso, mentre i lamenti di Alfredino diventeranno sempre più flebili, fino a ridursi a rantoli distanti e indistinguibili. Poi, il 13 giugno il silenzio. In superficie, il tempo della cronaca, sotto, il tempo di un bambino di sei anni che si spegne.
Angelo Licheri
Tra chi prova a cambiare il corso degli eventi c’è Angelo Licheri, classe ‘44, tipografo sardo di Gavoi, uomo minuto, padre di famiglia. Non è un soccorritore. È un volontario che non dovrebbe essere lì. Eppure insiste. È la notte tra il 12 e il 13 giugno quando viene calato nel pozzo di soccorso. Si spoglia per ridurre l’attrito, si affida a una corda, e inizia la discesa a testa in giù in uno spazio che si stringe progressivamente.
Il suo corpo viene tirato su e già per superare i punti più stretti, la roccia lo lacera e lo ferisce. Ma Licheri continua a scendere, fino a quando la luce della sua torcia rompe l’oscurità e vede Alfredino. Il piccolo è sporco di fango, rannicchiato con le ginocchia che schiacciano sul petto, in una posizione che non gli permette di muoversi. Licheri gli pulisce il volto e gli libera la bocca dalla terra, gli parla e cerca di confortarlo. «Gli raccontai cose che lo facessero sognare», rivelerà in un’intervista al Corriere. Il bambino non risponde, ma emette un suono, è ancora vivo.
Licheri prova a imbragarlo. Una volta, poi un’altra, poi un’altra ancora, ma ogni tentativo fallisce a causa del poco spazio e della corda che non tiene.
Alla fine tenta di afferrarlo direttamente. Lo prende sotto le ascelle, poi per le braccia. Nel tentativo di sollevarlo spezza il polso sinistro di Alfredino.
Poi l’angelo sardo si ferma, resta in silenzio nel punto più profondo del pozzo, accarezza Alfredino. Rimane con lui ancora qualche istante. Poi, prima di risalire, gli dà un bacio.
Licheri rimane a testa in giù per 45 minuti, contro i 25 considerati soglia massima di sicurezza. Quando riemerge è in lacrime, e il suo corpo è irriconoscibile, graffi, sangue e fango ovunque. Ma la ferita più profonda è nella consapevolezza di aver toccato la possibilità di salvare una piccola vita e di averla vista scivolare via.
Quella notte segna anche lui in modo irreversibile. Angelo Licheri non tornerà più lo stesso. Negli anni successivi si allontanerà dall’Italia, vivendo per oltre vent’anni in Kenya, lontano da quel ricordo che continuava a riemergere. Rientrerà solo molto tempo dopo, ormai segnato da una grave forma di diabete, quasi cieco e amputato a una gamba. Morirà il 18 ottobre 2021.
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