Gnv Azzurra, passeggeri furiosi: «Dopo il primo rogo hanno riavviato i motori ed è scoppiato un secondo incendio»
Dai viaggiatori nuovi dettagli sull'incidente in mare. L’episodio dovrà essere verificato dall’inchiesta della Capitaneria di porto
Sassari A 24 ore di distanza dalla fine dell’incubo vissuto dai 700 passeggeri della Gnv Azzurra, il panico lascia il posto alla rabbia. E alla consapevolezza che sarebbe bastato pochissimo per trasformare una notte di terrore nel più grande disastro della storia della marina civile italiana. Nel racconto fatto a freddo dai passeggeri, molti dei quali hanno concluso solo ieri sera un viaggio cominciato venerdì pomeriggio e diventato interminabile, cominciano ad emergere dettagli che, se confermati, connoterebbero in modo ancora più inquietante quanto accaduto sul traghetto. E cioè che prima di mezzanotte sarebbe divampato nella sala macchine un secondo incendio.
Lo racconta una passeggera: «A un tratto una voce maschile, ci ha comunicato in italiano attraverso gli altoparlanti, che sarebbe stato effettuato un test sui motori e che, se avesse dato esito positivo, avremmo continuato la rotta verso Genova». La comunicazione ha destato la rabbia dei passeggeri, che hanno iniziato ad agitarsi e a minacciare un vero e proprio ammutinamento: «È passato un ufficiale e gli abbiamo detto chiaro e tondo che, se la nave fosse ripartita, ci saremmo ribellati e avremmo invaso le cabine di comando».
Le minacce dei passeggeri non avrebbero però sortito effetto: «A quel punto i motori sono stati davvero riavviati ed è divampato un secondo incendio. Se le fiamme avessero raggiungo il garage, sarebbe saltato tutto per aria» racconta la donna ancora scossa. Poco dopo, l’arrivo con gli elicotteri dei soccorritori e delle autorità francesi che hanno ordinato il rientro verso lo scalo più vicino, quello di Porto Torres da cui la nave era partita.
Ma al di là di questo episodio, che andrà confermato dalle ricostruzioni dell’inchiesta condotta dalla Capitaneria di porto di Porto Torres, emergono tanti altri elementi preoccupanti. Ad esempio, i dubbi sulle condizioni della nave: «La Gnv Allegra, quella su cui abbiamo viaggiato fra sabato e domenica, era molto più nuova e presentabile: una differenza evidente» racconta la passeggera. C’è poi il fatto che la nave si sia trasformata in una Torre di Babele, nei momenti più drammatici, con la gran parte dell’equipaggio che non era in grado di comunicare in italiano, la lingua di quasi tutti i passeggeri. Giada Carta, passeggera sassarese di 26 anni, ricostruisce i primissimi istanti: «Erano più o meno le 20.20, quando abbiamo visto il personale della reception agitarsi: qualcuno piangeva, abbiamo pensato che si fosse sentito male qualcuno dell’equipaggio, magari che fosse morto. Poi, sono suonati gli allarmi, sono arrivati degli uomini tutti sudati e sporchi, penso arrivassero dalla sala macchine, e ci è stato detto di correre sul ponte e indossare i giubbotti di salvataggio».
Un’altra passeggera ha vissuto in diretta il momento in cui è divampato l’incendio: «Eravamo nella pizzeria, c’era un caldo bestiale perché non funzionava l’aria condizionata. Ad un tratto si è sentito un rumore fortissimo, come un rollio, di un ingranaggio che si rompe. E ha iniziato a diffondersi prima l’odore acre e poi il fumo. Siamo scappati sul ponte, è stata una decisione autonoma nostra, nessuno ci ha guidato in questi frangenti».
È passato del tempo, prima che arrivasse una qualche forma di comunicazione: «Una donna, agitatissima, ha detto al microfono che c’era un incendio e ci ha ordinato di indossare i giubbotti, nel frattempo hanno iniziato a calare le scialuppe: quell’annuncio ci ha terrorizzato. Solo dopo un po’, ma non so dire quanto, ha parlato una voce maschile, penso il capitano, che ci ha tranquillizzato un po’ di più». Solo allora l’equipaggio ha consegnato coperte («vecchissime e sporche») e acqua fresca: «Al mattino, però, le scorte stavano finendo: davano solo una bottiglietta per famiglia ed era bollente».
Protagonista, in positivo, di questi momenti sarebbe stato un giovane dell’equipaggio: «È stato un eroe, indossava una tuta che penso fosse ignifuga ed è entrato nella sala macchine, chiudendosi alle spalle le porte stagne. È stato lui a salvarci, rischiando la vita» racconta la passeggera.
Frammenti di una notte trascorsa nel panico e nell’incertezza, con tutti i passeggeri che spiegano di essersi sentiti abbandonati. Una sensazione rivissuta anche quando l’odissea stava per terminare: «Ci hanno chiesto di andare ai punti di discesa dal garage, dicendoci che mancavano dieci minuti all’apertura delle porte. E poi ci hanno abbandonato lì per più di un’ora, senza aria condizionata e con un caldo insopportabile. Mio marito e mio genero hanno dovuto calmare parecchi passeggeri, c’era chi urlava, chi voleva sfondare le porte e scendere nel garage» racconta la donna, che faceva parte di una comitiva di 17 persone, residenti in Svizzera ma tutti originari di Esporlatu. Erano tornati in paese per celebrare i funerali del padre ed esaudire il suo ultimo desiderio di essere seppellito dove era nato. «Non so se ci abbia messo uno zampino anche lui, nell’evitare che diventasse una tragedia – racconta -. Quel che è certo è che una cosa del genere non deve più accadere. E infatti non ci fermeremo, aspettando il lavoro delle istituzioni: denunceremo, per andare fino in fondo e scoprire se ci sono responsabilità».
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