Delitto di Luras, Fabio Malu condannato a 15 anni: «Non fu omicidio volontario»
La Corte d’assise di Sassari ha riqualificato l’accusa in preterintenzionale. Il pm aveva chiesto l’ergastolo per la morte di Davide Unida
Sassari La Corte d’assise di Sassari ha condannato Fabio Malu a 15 anni di reclusione per la morte del compaesano Davide Unida, ucciso a Luras dopo essere stato colpito con il tubo metallico di un aspirapolvere. I giudici hanno riqualificato l’accusa da omicidio volontario a omicidio preterintenzionale, escludendo le aggravanti e riconoscendo le attenuanti.
Una decisione lontana dalla richiesta del pubblico ministero Alessandro Bosco, che al termine della requisitoria aveva sollecitato l’ergastolo. Per l’accusa Malu avrebbe colpito Unida con la volontà di ucciderlo. Alla richiesta di condanna al carcere a vita si era associata anche la parte civile, rappresentata dall’avvocato Sergio Milia.
Il fatto risale all’8 luglio 2023. Teatro dell’aggressione era stata via Nazionale, la strada principale di Luras. Secondo quanto ricostruito nel processo, tra Malu e Unida, un tempo amici, i rapporti si erano deteriorati da anni fino a trasformarsi in una contrapposizione sempre più aspra. Quel giorno la tensione era esplosa dopo la scomparsa delle chiavi dell’auto di Unida. La vittima, convinta che a prenderle fosse stato Malu, lo aveva accusato pubblicamente e aveva chiamato anche i carabinieri.
La lite era poi degenerata in strada. I due si erano affrontati armati: Unida con un’ascia, Malu con il tubo metallico di un aspirapolvere. Su quel tubo si è concentrato uno dei punti centrali del processo. Per la difesa, l’oggetto sarebbe stato trovato casualmente durante il litigio, recuperato da un cassonetto. Per l’accusa, invece, Malu lo avrebbe preso appositamente da casa per usarlo contro il rivale.
Il pubblico ministero ha contestato la versione dell’imputato, sostenendo che i colpi fossero stati inferti volontariamente e che il quadro complessivo dei rapporti tra i due dimostrasse un movente radicato in anni di rancori, accuse e contrasti.
Di segno opposto la tesi della difesa, rappresentata dall’avvocato Giampaolo Murrighile, che ha sempre escluso l’intenzione omicida. Secondo il legale di Malu, l’imputato non avrebbe voluto uccidere Unida: se questo fosse stato il suo proposito, ha sostenuto, avrebbe mirato subito alla testa. Invece, durante lo scontro, i primi colpi sarebbero stati indirizzati ad altre parti del corpo, mentre quello alla testa sarebbe stato uno solo, l’ultimo.
Il difensore ha inoltre richiamato l’origine della lite, legata all’accusa del furto delle chiavi dell’auto, sostenendo che Unida avesse attribuito a Malu responsabilità mai dimostrate. Anche le precedenti denunce presentate contro l’imputato, secondo la difesa, erano state archiviate.
La Corte ha quindi accolto solo in parte l’impianto accusatorio: Malu è stato ritenuto responsabile della morte di Unida, ma non per omicidio volontario. La condanna a 15 anni arriva alla vigilia del terzo anniversario dell’aggressione che sconvolse Luras.
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