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Squali in Sardegna, tra paura e falsi miti: «Nel Mediterraneo sono loro a essere in pericolo»

di Rachele Falchi
Squali in Sardegna, tra paura e falsi miti: «Nel Mediterraneo sono loro a essere in pericolo»

Dopo il caso del turista ferito a Costa Paradiso, la biologa marina Simona Clo spiega quali specie vivono nelle acque dell’isola, perché gli incontri con l’uomo sono rari e come comportarsi in mare

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Da decenni – con la complicità di Spielberg e dei blockbuster americani – li immaginiamo come assassini degli abissi, creature pronte ad affiorare dalle profondità per trasformare una nuotata in una carneficina. Eppure gli squali del Mediterraneo raccontano una storia molto diversa. Nelle nostre acque nuotano decine di specie, molte delle quali rarissime da osservare e, soprattutto, molto più minacciate dall’uomo di quanto l’uomo lo sia da loro. Sono tra gli animali più affascinanti e fraintesi del nostro ecosistema marino. A raccontarlo è la biologa marina Simona Clo, responsabile del progetto Life european sharks, nato per migliorare la tutela degli squali e delle razze. Un tema tornato d'attualità dopo il caso del turista francese che ha raccontato di esser stato ferito nelle acque di Costa Paradiso da quello che sarebbe stato identificato come uno squalo pinna nera. Un episodio che ha rapidamente riacceso paure e stereotipi.

«Nel Mediterraneo vivono più di cinquanta specie di squali e circa ottanta specie se includiamo anche razze e trigoni», spiega la ricercatrice. «La Sardegna, grazie alla straordinaria qualità dei suoi ambienti marini, è uno dei luoghi più importanti per osservare questa biodiversità». Tra le specie che più alimentano l'immaginario collettivo c'è lo squalo bianco. Anche questo grande predatore è presente nel Mediterraneo da oltre un secolo. In Sardegna gli avvistamenti erano più frequenti quando le tonnare erano diffuse lungo le coste, poiché il tonno rappresenta una delle sue prede preferite. Oggi gli incontri sono rari, ma la sua presenza continua a testimoniare la straordinaria ricchezza biologica del nostro mare.

Tra gli abitanti più spettacolari delle acque sarde c'è lo squalo elefante, il pesce più grande del Mediterraneo. Può superare gli otto metri di lunghezza e, nonostante le dimensioni imponenti, si nutre di plancton. Negli anni Duemila la zona dell'Asinara era famosa per le sue aggregazioni stagionali. Osservarlo è un'esperienza che lascia senza fiato: nuota in superficie, con la bocca spalancata per filtrare il cibo trasportato dalle correnti. «Spesso i pescatori mi chiamavano preoccupati – racconta Clo –, mi dicevano che avevano visto uno squalo che sembrava stare male. In realtà stava mangiando». Un equivoco comprensibile: nell'immaginario collettivo lo squalo è un predatore sempre in movimento, veloce e aggressivo. Lo squalo elefante, invece, trascorre gran parte del tempo quasi immobile, tanto che il suo nome inglese, basking shark, significa "squalo che si crogiola al sole".

La Sardegna ospita anche verdesche, mako, trigoni, gattucci e aquile di mare. Molte di queste specie vengono segnalate grazie alla collaborazione di pescatori, subacquei e semplici appassionati. Il progetto Life European Sharks si basa anche su questa rete di persone che contribuiscono spontaneamente inviando fotografie e osservazioni raccolte durante le loro attività in mare. Una forma di scienza partecipata che sta permettendo ai ricercatori di costruire una mappa sempre più dettagliata della presenza degli squali nel Mediterraneo. Ma ciò che più sorprende è il comportamento di questi animali. Contrariamente a quanto si pensa, gli squali tendono a evitare il contatto con l'uomo. Quando i ricercatori li studiano in mare aperto devono spesso restare immobili perché se si accorgono della presenza umana, nella maggior parte dei casi si allontanano immediatamente.

«Per uno squalo siamo un organismo grande, insolito, sconosciuto e potenzialmente pericoloso», spiega la biologa. «La scelta più sicura è stare alla larga». Le interazioni negative sono rare e spesso avvengono in circostanze particolari. Molti casi registrati nel mondo coinvolgono pescatori subacquei o persone che stanno recuperando pesci appena catturati. In queste situazioni lo squalo non è attratto dall'uomo, ma dalle vibrazioni e dai segnali emessi da una preda ferita. Gli squali possiedono infatti sensi sviluppati e riescono a percepire movimenti e variazioni nell'acqua che sfuggono completamente alla percezione umana. Per questo motivo, in caso di incontro ravvicinato, la regola fondamentale è il rispetto. Niente inseguimenti, niente tentativi di toccare l'animale e soprattutto niente assembramenti. Lo stesso vale per trigoni e razze che si avvicinano alla costa. Spesso accade durante il periodo riproduttivo o in particolari condizioni ambientali. La tentazione di avvicinarsi per aiutarli è forte, ma è meglio lasciare loro lo spazio necessario per tornare al largo in autonomia: le onde emesse dal calpestio di tante persone in acqua li disorienta.

La vera emergenza non riguarda gli esseri umani, ma gli squali stessi. Crescono lentamente, raggiungono la maturità sessuale dopo molti anni e producono pochi piccoli. Alcune specie si riproducono soltanto ogni due anni e hanno gravidanze che possono durare fino a ventiquattro mesi. Una strategia evolutiva efficace per milioni di anni, ma che oggi li rende particolarmente vulnerabili alla pesca accidentale, all'inquinamento e ai cambiamenti climatici. Forse la lezione più importante che arriva dal lavoro di Simona Clo è proprio questa: gli squali non sono mostri da temere, ma indicatori preziosi della salute del mare.

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