Sos sanità, cittadini in fila all’alba per accaparrarsi un medico di base: nell’isola mancano 451 professionisti – I numeri dell’emergenza
La Sardegna ha perso il 40% dei camici bianchi: è record nazionale
Sassari C’è una Sardegna che bivacca di notte per elemosinare il diritto all’assistenza di base. La sedia pieghevole, il thermos del caffè e il numerino stretto nel pugno sono i nuovi ferri del mestiere per sopravvivere al naufragio della sanità territoriale. Succede a Oristano, dove per accaparrarsi uno dei mille posti disponibili col nuovo medico di famiglia si dorme per strada, davanti agli uffici della Asl, sperando che il terminale non vada in tilt. Succede a Macomer, dove la processione dei disperati inizia alle sei del mattino, ore in piedi fuori dall’ambulatorio Ascot, per mendicare una prescrizione.
È successo ad Arzachena, vetrina del turismo a cinque stelle, che nel suo retrobottega conta 1.500 cittadini appena rimasti orfani del proprio dottore, dopo il meritato pensionamento. È la geografia di un’isola dove la sanità territoriale è rimasta in riserva fissa, con la spia rossa perennemente accesa, dove all'appello mancano 451 camici bianchi e il diritto alla salute si è trasformato in una lotteria per pochi fortunati.
Oristano, Arzachena, Macomer. Tre punti diversi della Sardegna e tre versioni della stessa storia. Non sono incidenti isolati e nemmeno improvvise falle del sistema. Sono gli effetti visibili di una crisi che viene da lontano e che i numeri trasformano da percezione quotidiana in emergenza regionale. La fotografia più impietosa arriva dal report della Fondazione Gimbe. Negli ultimi cinque anni la Sardegna ha perso il 40,3% per cento dei suoi medici di famiglia. È la contrazione più alta registrata in Italia. Quasi un medico su due scomparso nell’arco di un quinquennio, mentre la popolazione invecchia e aumenta il bisogno di un’assistenza sanitaria vicina alle case, soprattutto nei territori più piccoli e lontani dagli ospedali.
Il conto degli organici rende ancora meglio la misura del vuoto. Per assicurare una copertura adeguata servirebbero nell’isola circa 1.120 medici di medicina generale. Quelli attualmente in servizio sono 669. Ne mancano all’appello dunque 451.
Dietro quei posti vacanti ci sono migliaia di storie molto meno astratte: il pensionato che deve trovare qualcuno per rinnovare una terapia, il malato cronico che perde il professionista che conosceva la sua storia clinica, la famiglia costretta a rivolgersi a un ambulatorio straordinario, il cittadino che deve mettersi in fila all’alba per ottenere ciò che fino a pochi anni fa sembrava la cosa più normale del mondo: avere un medico.
Se si considera, in via prudenziale, un bacino medio di 1.200 assistiti per ciascun professionista mancante, il deficit teorico coinvolge circa 600mila mila sardi, oltre un terzo della popolazione dell’isola. La causa principale è conosciuta da anni. La grande ondata di pensionamenti, diventata particolarmente pesante a partire dal 2020, non è stata compensata da un numero sufficiente di nuovi ingressi.
Nel frattempo sono aumentati i carichi di lavoro dei professionisti rimasti e la pandemia ha ulteriormente stressato un sistema già fragile. Il risultato è un progressivo svuotamento della medicina territoriale che ha colpito prima i piccoli paesi e le zone interne e che adesso si manifesta con sempre maggiore evidenza anche nei centri più grandi.
Per tamponare i vuoti sono arrivati gli Ascot, gli ambulatori straordinari di comunità territoriale. Sono diventati indispensabili in numerose aree dell’isola, ma la loro stessa diffusione racconta la dimensione dell’emergenza: uno strumento nato per garantire assistenza nelle zone rimaste scoperte si trova oggi a sostenere una domanda enorme, fatta non soltanto di visite ma di prescrizioni, certificazioni, terapie e di tutta quella quotidiana attività sanitaria che prima passava dallo studio del medico di famiglia. Così l’eccezione rischia di diventare normalità. Il medico che va in pensione lascia centinaia o più di mille pazienti da ricollocare. Quelli rimasti hanno spesso già raggiunto il proprio massimale. L’Ascot assorbe ciò che può. E i cittadini si mettono in fila
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