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Volkswagen taglia 50mila posti, l’Europa alle prese con il «secondo choc cinese»

Volkswagen taglia 50mila posti, l’Europa alle prese con il «secondo choc cinese»

Il gruppo tedesco prepara una profonda ristrutturazione mentre Pechino conquista settori un tempo dominati dall’industria europea

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Berlino Volkswagen si prepara a tagliare 50mila posti di lavoro, con una riduzione che in prospettiva potrebbe arrivare a 100mila occupati considerando l’insieme dei marchi del gruppo. Il piano prevede anche un forte contenimento dei costi, una gamma di modelli dimezzata e una maggiore produttività degli stabilimenti. Non viene escluso neppure lo stop alla produzione automobilistica in alcune fabbriche tedesche. Nel primo semestre gli utili netti del gruppo sono diminuiti del 30%.

La crisi del colosso tedesco nasce da più fattori: costi elevati, ritardi nella transizione all’elettrico, dazi americani e aumento dei prezzi dell’energia. Ma il problema più profondo riguarda la Cina, passata in pochi decenni da grande mercato per l’industria tedesca a concorrente diretto nei settori a più alto valore aggiunto.

Come ricostruisce il Corriere della Sera, è quello che viene definito il «secondo choc cinese». Il primo era iniziato con l’ingresso di Pechino nella World Trade Organization nel 2001 e aveva colpito soprattutto le produzioni occidentali a basso costo. La Germania, però, ne aveva anche beneficiato, vendendo alla Cina automobili, macchinari e tecnologia. Oggi il rapporto si è rovesciato: le imprese cinesi producono auto elettriche, batterie, pannelli solari, macchinari, droni, prodotti chimici e apparecchiature per telecomunicazioni, competendo direttamente con quelle europee.

Dietro questa espansione c’è anche un sistema di sostegni pubblici. Secondo una stima del Fondo monetario internazionale, gli aiuti alle imprese cinesi equivalgono al 4,4% del Pil, quasi tre volte il livello europeo. A credito agevolato, sgravi e sovvenzioni si aggiunge, secondo l’economista Brad Setser del Council on Foreign Relations, una valuta sottovalutata di oltre il 30%, che rende più competitivi i prodotti esportati.

La pressione aumenta perché la debole domanda interna spinge Pechino a cercare all’estero uno sbocco per la propria capacità produttiva. Gli Stati Uniti hanno risposto con dazi e restrizioni agli investimenti e alle tecnologie. L’Unione europea ha introdotto dazi sulle auto elettriche cinesi e rafforzato gli strumenti antidumping e antisussidi, ma le procedure comunitarie restano più lente.

Nel frattempo cambiano anche i flussi commerciali. Negli ultimi cinque anni le esportazioni europee verso la Cina sono diminuite di circa il 15%, mentre quelle verso gli Stati Uniti sono cresciute di circa il 30%. È il segnale di un riequilibrio che va oltre Volkswagen: la competizione cinese riguarda ormai la capacità dell’Europa di conservare una propria base industriale. I tagli annunciati dal gruppo tedesco ne rappresentano uno dei segnali più evidenti.

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