Padrini di mafia e ‘ndrangheta tra i super boss al 41 bis trasferiti in Sardegna – I nomi
Da Madonia a Graviano: a Uta capi clan calabresi, compari di Messina Denaro e Totò Riina
Sassari Hanno terrorizzato l’Italia per anni e continuano a farlo, anche se in modo diverso. Tra i boss arrivati in Sardegna ci sono alcuni tra i più truci e violenti esponenti della criminalità organizzata; ci sono i padrini della Camorra, della Mafia, della ’ndrangheta e della Sacra Corona Unita. E il trasferimento di questi detenuti al 41 Bis dalle carceri di Viterbo e Terni a quello di Uta non poteva che finire al centro del dibattito politico. Perché il legame tra la loro presenza e le infiltrazioni mafiose nel territorio è una certezza. Ma anche, e soprattutto, perché i boss arrivati in Sardegna tra sabato 5 e domenica 6 settembre sono personaggi terrificanti con un pedigree criminale di primo livello. Per motivi di sicurezza, soprattutto durante le fasi più delicate del trasferimento, i loro nomi non sono stati diffusi. Quelle che invece è ormai noto è che il carcere di Viterbo è stato svuotato dei 41Bis che ospitava, tutti trasferiti in Sardegna. Dunque, non è difficile ipotizzare le identità dei boss che hanno cambiato residenza.
Giuseppe Morabito
Capo dell’omonima cosca è noto come u tiradrittu. Per farla breve, era considerato il numero uno della 'ndrangheta e secondo la Commissione Parlamentare antimafia avrebbe avuto una caratura criminale anche più importante dell'ex superlatitante Bernardo Provenzano, capo di Cosa nostra. Con lui i calabresi iniziarono i traffici di droga. Oggi è un uomo di 94 anni, malato, ma fu sotto il suo controllo che nacquero le alleanze per la gestione del narcotraffico nel versante tirrenico e le relative guerre: solo la faida di Motticella costò la vita a 50 persone.
Salvatore Madonia
Figlio di Francesco, braccio destro del clan dei corleonesi e pedina di primo piano del maxiprocesso, Salvatore Madonia ha partecipato ad alcuni dei momenti più cruenti della guerra di mafia. È coinvolto nell’omicidio del giudice Gaetano Costa e nella successiva strage del fiume Platani, due episodi che hanno segnato gli anni ’80. La sua “carriera” continua come capo mandamento così come continuano gli omicidi e gli agguti, tra cui quello che costa la vita a Giuseppe Savoca e al figlio Andrea, di soli quattro anni.
Giuseppe Graviano
Soprannominato Madre Natura, per il potere di concedere o togliere la vita, Graviano ha un curriculum criminale che parte dal ruolo di uomo d’onore del clan Brancaccio, poi capo mandamento e “compare” di Matteo Messina Denaro e Leoluca Bagarella, con cui tentò di uccidere commissario Rino Germanà. Graviano scala la Cupola e arriva fino ai ruoli di primo piano nelle stragi di Capaci e Via D’Amelio e anche nell’omicidio di don Pino Puglisi. Il suo nome è stato spesso accostato a quello di Silvio Berlusconi. Fu lui a confidare a Carmine Spatuzza di “avere il Paese nelle mani” grazie ai contatti con Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Fu solo il primo incastro tra Graviano e Berlusconi dato la storia tra il boss e il presidente è un capitolo ancora aperto.
Giuseppe Rogoli
Soprannominato Azzarone, è un membro di primissimo piano della criminalità pugliese e anche uno dei fondatori della Sacra Corona Unita. Per inquadrare lo spesso criminale di Rogoli, negli anni 80 decise di opporsi all'espansione della camorra di Cutolo in Puglia, e così, affiliatosi alla 'Ndrangheta insieme a Mario Papilia e a Vincenzo Stranieri fondò la Sacra Corona Unita mentre era detenuto del carcere di Trani.
Giovanni Di Giacomo
Affiliato giovanissimo al clan di Porta Nuova, si legò a figure chiave come Totò Riina e Pippo Calò durante la seconda guerra di mafia. Condannato all'ergastolo, è emerso in diverse inchieste per aver continuato a dare ordini e pianificare omicidi dal carcere, in particolare indirizzando il fratello Giuseppe Di Giacomo (poi assassinato) nella gestione del clan.
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