Sassari, il racconto choc di un padre: «Mio figlio inserito in una chat, poi le minacce di morte e di stupri»
Il genitore di un ragazzino di prima media racconta l’incubo su Whatsapp
Sassari «Controllate gli smartphone dei vostri figli, non lasciateli soli. Non pensate che certe cose succedano solo agli altri. Noi ce ne siamo accorti in tempo. Ma può bastare un’ora dentro una chat per distruggere un ragazzo». È un padre di Sassari a parlare, la voce ancora tesa mentre ricostruisce quello che è accaduto a suo figlio, 11 anni, prima media, 12 anni da compiere tra poche settimane.
Inizia tutto una domenica sera, ore 21.50. «Era in camera sua, il giorno dopo c’era scuola. Una serata normalissima». In quel momento mio figlio viene inserito in un gruppo Whatsapp da un compagno di palestra. «Non conosceva nessuno. La prima cosa che ha scritto è stata: perché mi avete messo qui?». L’amico gli risponde che nel gruppo ci sono ragazzi in gamba, ragazzi rispettabili come lui e un altro compagno della palestra.
«Sembrava una cosa innocua. Dopo pochi minuti è diventato un incubo» La chat si trasforma in una valanga di insulti, volgarità, minacce di botte, promesse di pestaggi 20 contro 1, allusioni sessuali pesanti, frasi contro la madre e contro il padre. «Parole che un adulto farebbe fatica a reggere, figuriamoci un bambino di undici anni» .
Tutto concentrato in meno di un’ora. L’undicenne però non risponde. Non può farlo: alle 22 il telefono si blocca per le regole impostate dai genitori. «Noi avevamo messo dei limiti, pensavamo di aver fatto il nostro dovere. Non sapevamo che in quell’ora fosse successo tutto questo» racconta il padre del ragazzo. Intanto però arrivano messaggi privati. L’amico lo incalza: rispondi. Un altro racconta agli altri che non lo conoscono, che l’undicenne sarebbe in realtà un quattordicenne che ci prova con la ragazza di un membro della chat e che avrebbe minacciato di pestarli con l’aiuto dei compagni di classe. «Hanno costruito una storia falsa e su quella storia hanno acceso l’odio».
L’amico gli scrive ancora di non fare il “coniglio”. Nel gruppo compare una foto scattata in palestra: ragazzi in posa da “giovani guerrieri”. L’amico riquadra il volto dell’undicenne per indicarlo agli altri. «Lo hanno messo nel mirino. Letteralmente» aggiunge il genitore. Uno dei ragazzini vede la foto e capisce quale scuola frequenta e manda audio sempre più pesanti. Lo pesto io - dice - so dove portarlo a scuola, gli faccio fare un mese in ospedale.
«Quando ho sentito quegli audio mi si è gelato il sangue» prosegue il padre dell’undicenne. Alle 23 la chat si spegne. Lunedì mattina, ore 7.59, un membro della chat invia un audio che si può ascoltare una sola volta. Un altro risponde chiedendo di passare dalle minacce alle vie di fatto: “Pestalo oggi in palestra!”. Alle 8 in punto l’undicenne entra a scuola accompagnato dal padre. «L’ho lasciato davanti all’ingresso come sempre. Era una mattina come tante. Io non sapevo ancora niente».
Il telefono resta spento per tutta la mattina, come prevede il regolamento. Alle 14.20 il ragazzino lo riaccende e legge tutto. «Ha iniziato a tremare. Cinquecento messaggi. Audio, immagini, frasi oscene. Era bianco in faccia». Sconcertato e impaurito chiede all’amico perché tutti lo vogliano picchiare. L’amico risponde che lui non c’entra niente. «Fino a poche ore prima era tra i più attivi» spiega il genitore. L’undicenne chiede chi sia la ragazza che viene nominata e l’amico replica che nel gruppo non c’è nessuna ragazza.
La madre capisce subito che qualcosa non va. Sono le 14.35, il pranzo non è pronto. «L’ho visto diverso, agitato – mi ha raccontato mia moglie – abbiamo preso il telefono e abbiamo iniziato a leggere. È stata un’ora lunghissima, scioccante». La mamma dell’undicenne scrive all’amico del figlio annunciando che parlerà con la madre. «Non abbiamo fatto denuncia – spiega il genitore – volevamo prima capire, volevamo che quei genitori sapessero cosa avevano scritto i loro figli. Abbiamo parlato con tutti. Famiglie normali, come la nostra. Ma non tutti hanno avuto il coraggio di guardare in faccia la verità». Oggi quel padre sente il bisogno di parlare pubblicamente. «Perché non è solo nostro figlio – spiega – è un problema che riguarda tutti». La memoria corre a storie che hanno segnato il Paese. «Abbracciate sempre i vostri ragazzi e le vostre ragazze, fate capire loro che ci siete», ripete da anni Paolo Picchio, il padre di Carolina Picchio, la quattordicenne che nel 2013 si tolse la vita dopo una campagna di odio online. «Noi abbiamo pensato a lei. A quanto può essere fragile un adolescente quando si sente solo contro tutti. «Parlate con i vostri figli. Guardate cosa scrivono, cosa ricevono. Non per controllarli e basta, ma per proteggerli – aggiunge il genitore – perché in quella chat non c’erano adulti, non c’erano sconosciuti, c’erano ragazzi che la mattina dopo si sono seduti nei banchi di scuola come se nulla fosse. E in mezzo a loro c’era mio figlio, che a 11 anni ha scoperto quanto può fare male uno schermo. Nessuna denuncia – ribadisce – per noi sarebbe stata stata l’ultimissima e remota azione. Volevamo metterci dalla parte dei ragazzi e delle loro famiglie – spiega – ci interessava e ci interessa ancora trovare le soluzioni non i colpevoli. Far capire che c’è un limite tra la bravata e l’angheria». Il suo appello finale è semplice e diretto: «Non lasciateli soli. Mai. Anche quando pensate che siano al sicuro, potrebbero essere già dentro qualcosa di più grande di loro».
