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L’intervista

Bruno Rubattu: «I miei 90 anni vissuti di corsa tra Torres, lavoro e amici»

di Andrea Sini
Bruno Rubattu: «I miei 90 anni vissuti di corsa tra Torres, lavoro e amici»

L’imprenditore e dirigente sportivo racconta la sua storia: «Sono nato povero, sono diventato ricco, oggi l’affetto della gente è tutto»

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Sassari «Ho lavorato tutti i giorni della mia vita, sino al mese scorso. Ora che ho festeggiato i miei primi novant’anni ho deciso di riposarmi. Me lo sono meritato, no?».

Complimenti, signor Bruno Rubattu? Da dove cominciamo?

«Dalla fine, dal fatto che sono un uomo felice e realizzato. Sono arrivato a una bella età perfettamente in salute, con una bella famiglia e tante soddisfazioni che mi porto dentro. Ma la cosa più bella è questa, ciò che vede anche lei adesso».

Vedo che per strada c’è la processione di persone che la fermano per salutarla e stringerle la mano.

«Proprio così. “Signor Bruno” qua, “Rubattino” là, e ancora “presidente, forza Torres”. L’affetto delle persone è qualcosa che non ha prezzo, qualcosa che mi commuove. E tutto sommato ancora non me ne capacito».

Lei è stato il presidente della Torres nei tempi d’oro. La Torres di “Pinna-Tamponi-Poggi”, di Zola e dei derby col Cagliari. Tutto questo ha lasciato un segno profondo. 

«Sono passati trent’anni, ormai...».

Veramente sono quaranta...

«Vede come passa il tempo? Sembra ieri, mannaggia. Eravamo una famiglia, un gruppo incredibile. Con gerarchie chiare, certamente, ma ci volevamo davvero bene, i giocatori tra loro si sentivano fratelli e io mi sentivo come un padre».

Lei era un presidente all’antica. Prendeva i soldi e li metteva dentro quel buco nero che sono le società di calcio. Da dove li tirava fuori?

«Dal mio lavoro, dai sacrifici di una vita. Lo sa che io ho studiato solo sino alla quinta elementare, ma da imprenditore sono arrivato ad avere oltre 200 dipendenti?».

Allora partiamo dall’inizio. Dove è nato?

«Eu soggu nadu a la Trinidài (dice in dialetto sassarese) nel 1936, ma non in corso Trinità. Per la precisione in Vicolo chiuso D, che probabilmente al tempo era la strada più povera di Sassari. Eravamo una famiglia di “zappadori”, babbo era contadino potatore, con sei figli maschi e una femmina».

Com’era Sassari a quel tempo?

«Bellissima, ma anche tremenda. Si stava in strada, si viveva alla giornata. Vicino a casa c’erano le botteghe, ma anche le prostitute, i farabutti, i ladri. Bisognava un po’ sapersi arrangiare».

E lei come si arrangiava?

«In maniera onesta, con il sudore. Finite le elementari, prima a San Donato e poi a Sant’Apollinare, sono entrato in bottega. “Frairaggiu”, fabbro. La bottega era vicinissima a casa, proprio sull’altro lato di corso Trinità, che al tempo era uno sterrato. Poi piano piano ho imparato altri mestieri e a vent’anni mi sono messo in proprio».

Cosa faceva?

«Mettendo insieme le conoscenze acquisite da ragazzo mi sono messo a fare il metalmeccanico, già a 20 anni ero uno dei più forti in città e ho iniziato ad assumere i primi dipendenti. Poi la svolta vera c’è stata quando a Porto Torres è arrivata la Petrolchimica».

E cosa è successo?

«Ho iniziato a prendere commesse grosse, ad assumere più operai. Parentesi: non ho mai tardato un giorno a pagare gli stipendi, questo lo può testimoniare chiunque. Anche i miei operai erano come una famiglia. La mia Edilcom faceva costruzioni metalliche, edilizia e calcestruzzo. Avevo sedi a Sassari, Porto Torres, Cagliari. Prendevo commesse dal Nord-est, da Trento a Trieste. Tanti mesi fuori dalla Sardegna, ogni giorno sveglia all’alba e di corsa a lavorare. Non mi sono risparmiato e, posso dirlo, a un certo punto sono diventato ricco».

Abbastanza ricco da prendersi la Torres...

«Io dico sempre: sono nato torresino. Però chi si assume l’onere di prendere la squadra della città deve essere bello corazzato, perché è una cosa molto impegnativa. Per questo guardo con ammirazione e stima i ragazzi di Abinsula che ci sono al comando oggi. Ai miei tempi era tutto diverso, ma era comunque complicato».

Era l’epoca dei derby col Cagliari e dei 12 mila spettatori all’Acquedotto.

«Siamo partiti dall’Interregionale, siamo saliti in C2 e poi in C1, e ci sono mancati un paio di punti per salire in B. Questo è il mio più grande rammarico. Ma è stato un percorso straordinario, ci siamo davvero divertiti».

Lei era un presidente alla vecchia maniera.

«Avevo il mio carattere. Ero un presidente tifoso, certamente, a mio rischio e pericolo. Andavo al calciomercato, prendevo contatti, conoscevo dirigenti. A Sassari facevo in modo che i biglietti fossero messi in vendita in tutti i bar, volevo che la Torres fosse la squadra della gente. E se abbiamo ottenuto certi risultati è stato proprio perché la gente era con noi. E le dico di più».

Prego.

«Da bambino ero stato uno di quelli che si presentavano ai cancelli senza biglietto, cercavano un adulto e gli chiedevano: “a mi z’entra?”. Cioè, mi fa entrare con lei? Ecco, quando ero presidente davo disposizioni affinché i ragazzini che si presentavano ai cancelli entrassero gratis anche senza un adulto. Costruire i torresini di domani è importante e lo era già allora».

Chi le segnalò Zola?

«Non ricordo bene, forse Vanni Sanna, che è stato un grande torresino e con pieno merito ora ha l’Acquedotto intitolato a suo nome. Gianfranco era fenomenale: lo proposi al Cagliari, avevo un ottimo rapporto con gli Orrù, ma mi dissero che era troppo mingherlino. Poi arrivò Moggi e lo portò al Napoli».

Sente ancora i vecchi giocatori?

«Li sento e li vedo spesso. Molti di loro vivono a Sassari, è facile incontrarsi ed è sempre una festa».

Va allo stadio a vedere la Torres?

«Negli ultimi anni sono andato spesso, ma ultimamente ho smesso perché non vedo bene. Allora mi metto davanti alla tv a fare il tifo».

Qual è il bilancio dei suoi primi 90 anni?

«Ho fatto tanti sacrifici ma la vita è stata generosa con me. Oggi la ricompensa è in questi abbracci e queste strette di mano per strada da parte di tante persone che a volte neanche conosco. Significa che ho seminato bene».

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