La Nuova Sardegna

L’intervista

Nello Trocchia a Florinas in giallo: «Racconto le mie inchieste da “diffidato”»

di Paolo Ardovino
Nello Trocchia a Florinas in giallo: «Racconto le mie inchieste da “diffidato”»

Il giornalista investigativo ospite del festival con un nuovo monologo: «I giornalisti devono fare le pulci al potere»

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L’aggettivo che ha scelto per sé è «diffidato». Si intitola così il monologo scritto da Nello Trocchia per il festival “Florinas in giallo”. Il giornalista di “Domani”, tra i principali cronisti d’inchiesta e antimafia nel panorama italiano, domani è a Florinas per raccontare le vicende che ha seguito da vicino e ricordare il ruolo attivo dell’informazione che investiga.

Trocchia, può anticipare di cosa tratterà il suo monologo?

«Il titolo è eloquente, in questi anni i poteri mi hanno diffidato in diversi modi. Quello criminale con aggressioni, furti anomali, quelli imprenditoriali e politici con campagne di fango, ingerenze continue e pressioni. “Diffidato” è il racconto di inchieste fatte in questi anni. Quando onori la carta costituzionale e svolgi il tuo lavoro in maniera professionale, diventi un obiettivo. Per questo sarà l’occasione di far conoscere inchieste e notizie, e cioè proprio quello che il potere non vuole».

È difficile in Italia fare inchieste?

«Inizierò evidenziando un aspetto. Quando ho fatto le inchieste sui legami di questa destra con la destra nostalgica, quelle notizie non si trovavano su Google e tantomeno nelle ricerche dell’intelligenza artificiale. Per questo il giornalismo investigativo ha ancora senso. È una forma di resistenza, all’interno di un mare magnum di informazioni».

Ecco, oggi non si può certo dire che ci sia una crisi dell’informazione: la mole di news è aumentata in modo esponenziale su tutti i media e le piattaforme. Però i luoghi di approfondimento sono pochi. Per quale motivo?

«Spesso assistiamo a tantissima comunicazione politica. Ore e ore, se pensiamo ai talk, dove non si vede un filmato d’inchiesta. Ed è opinionismo continuo. Siamo sommersi, ma non significa che abbiamo la possibilità di intercettare qualcosa di nuovo. È un riciclo continuo. Penso a quanto abbiamo assistito da poco, per settimane ore di approfondimenti sul caso Garlasco dove c’è stata grande disattenzione deontologica. Quando si sbattono in tv soggetti manco indagati e si fa la requisitoria in tv siamo al totale disfacimento».

Si è perso di vista il senso di responsabilità di chi fa informazione?

«Noi giornalisti abbiamo senso se, rispettando le carte, quella costituzionale e quella deontologica, torniamo a fare le pulci al potere. Pippo Fava ci assegnò un ruolo, diceva che il giornalista evita le tragedie. Per far capire il peso che abbiamo...».

Mi dà, più che un commento, un bilancio di come questo governo sta trattando la giustizia?

«Penso che il governo scientemente non voglia far funzionare la giustizia. L’idea è che si voglia punire la magistratura, è questo il senso della separazione delle carriere. L’unico obiettivo è mettere il pm a disposizione dell’esecutivo. Se introduci reati di continuo ingolfi le procure, questo governo iniziò con i rave party».

Qual è la conseguenza?

«Che si viene a consolidare un modello di doppia giustizia, con gente ai vertici senza studi legali che è spietata e dura ma poi ha le mani di velluto con chi conta. Il disinteresse a questioni che riguardano per esempio il crimine organizzato lo conferma. Tutta la legislazione degli ultimi anni ci dice che si sta creano una giustizia di classe».

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