I Negramaro non rinunciano alla Sardegna, Sangiorgi: «Sarà come la prima volta»
La band torna nell’isola per il Golfo Aranci Music Festival
Golfo Aranci capitale della musica di questo primo scorcio d’estate. Ieri 26 giugno The Kolors hanno tenuto a battesimo il Gamf, oggi sabato 27 sullo stesso palco di piazza Cossiga, sempre alle 21, sarà il turno dei Negramaro, la band salentina capitanata da Giuliano Sangiorgi che quest’estate sta celebrando i suoi primi vent’anni con un tour da nord a sud. E ovviamente non poteva mancare la tappa nell’isola.
Giuliano, che rapporto avete con questa isola e quali ricordi vi legano maggiormente alla Sardegna?
«Abbiamo fortemente voluto la Sardegna. Devo dire che la vogliamo per ogni tour e ogni volta cerchiamo di superare quelli che vengono presentati come limiti di tecnici che ancora dopo 26 anni poco capiamo. Noi vogliamo solo suonare in Sardegna e ogni volta lo ribadiamo. Quindi è una data che ho fortemente voluto personalmente e poi con tutti i Negramaro. In Sardegna i miei ricordi più belli riguardano i capodanni, a Castelsardo, a Olbia, ma anche il concerto nelle cave di Riola Sardo. È stato stupendo. Personalmente poi sono anche legato a Berchidda dove ho suonato al Time in jazz con Paolo Fresu».
“Estate” è una delle vostre canzoni più amate e continua a essere una colonna sonora per tante generazioni. Se doveste scegliere una canzone dei Negramaro che rappresenta l’estate 2026 quale sarebbe e perché?
«C’è un’altra canzone che ha la stessa forza identitaria, generazionale e iconica. È come se fosse una nuova “Estate”, anche perché, proprio come “Estate”, non parla della stagione dei lidi, degli ombrelloni, dei mojito, dei cocktail o del reggaeton. La nostra estate è sempre stata un po’ quella malinconica di Bruno Martino, non quella spensierata e superficiale di cui spesso si canta. Con “Amore che torni”, nel 2018, le nuove generazioni hanno fatto sì che questa canzone diventasse di nuovo la loro colonna sonora. Ma credo che anche “La prima volta” stia a pennello accanto a “Estate”, soprattutto in questo momento del tour: racconta le nostre prime volte, prima di un abbraccio collettivo e prima di una pausa che abbiamo dichiarato apertamente di volerci prendere. Perché i rischi si corrono solo vivendo».
Nella vostra carriera avete collaborato con artisti molto diversi tra loro. La collaborazione che vi ha sorpreso di più dal punto di vista umano e quella che invece vi ha fatto crescere maggiormente sul piano artistico?
«“Freelove” è un album ricco di collaborazioni, ma nessuna è nata a tavolino: tutte hanno origine da rapporti umani autentici. Alcune amicizie hanno generato musica, altre sono nate proprio grazie alla musica. È il caso di Lorenzo Jovanotti: ci siamo conosciuti nel 2003 al Live Aid al Circo Massimo. Io ero un suo fan da sempre e pensavo di incontrare una star irraggiungibile. Invece trovai un artista che conosceva già il nostro primo disco e lo amava. Da lì è nata un’amicizia profonda, fondata sul rispetto reciproco, che continua ancora oggi, insieme anche a Elisa, conosciuta ai tempi della Sugar di Caterina Caselli. C’è poi il ritorno con Malika Ayane, per cui avevo già scritto in passato, e la nuova collaborazione con Giulio Calvino dei Caleo, nata spontaneamente dopo un loro concerto. Con Niccolò Fabi, amico fraterno, abbiamo semplicemente aspettato il momento giusto. “Freelove” racconta proprio questo: collaborazioni sincere, nate da incontri, affetto e condivisione, prima ancora che dalla musica»
Se poteste scegliere oggi un artista italiano o internazionale con cui condividere un progetto inedito, chi sarebbe e che tipo di canzone immaginereste insieme?
«Se dovessi sognare una collaborazione internazionale, dico innanzitutto i OneRepublic. Durante il lockdown, dopo i concerti dai balconi che finirono persino sul New York Times, Ryan Tedder ci propose un duetto per l’Europa: un momento speciale, mentre noi continuavamo a scrivere, suonare e fare live streaming per restare vicini alle persone. Oggi, però, il sogno più grande sarebbe Thom Yorke: è nata una bella amicizia e credo che musicalmente ci siano molte affinità con i Negramaro. Un altro nome? Bono. Sarebbero due collaborazioni da sogno».
Con questo tour festeggiate vent’anni di carriera. Che effetto vi fa pensare ai vostri primi concerti, ai vostri primi successi?
«Dopo tutti questi anni, dai primi concerti del 2000 a oggi, sono passati 26 anni. Eravamo poco più che ventenni, pieni di entusiasmo. Mia madre dice sempre che, dopo i primi concerti nei piccoli locali del Salento davanti a venti persone, tornavo a casa emozionato esattamente come dopo uno stadio. Per lei era difficile capire a chi credere: al ragazzo che definiva “pazzesco” un concerto per venti persone o all’uomo che diceva la stessa cosa davanti a sessantamila. In fondo non è cambiato nulla: l’emozione è sempre la stessa».
Questo tour ripercorre una storia lunga oltre due decenni. Guardandovi indietro, c’è una canzone che oggi sentite diversa rispetto a quando l’avete scritta, perché nel tempo ha acquisito un nuovo significato?
«Col senno di poi non cambierei nulla. Per fare un disco bisogna vivere: fare esperienze, scrivere, scegliere e immaginare qualcosa che sappia durare nel tempo. Con una band si seleziona ciò che ha un valore universale, non ciò che segue una moda. Se oggi canzoni come “Estate”, “Nuvole e lenzuola” o “Parlami d’amore” sono ancora in radio, significa che quell’obiettivo è stato raggiunto. Una canzone che attraversa il tempo deve parlare a tutti, sempre».
Se doveste descrivere i Negramaro del 2026 con tre parole quali scegliereste?
«Tre aggettivi per il 2026. Iconici, contemporanei, eterni».
Qualche mese fa avete annunciato l’intenzione di fermarvi per un po’: siete sempre dello stesso avviso? E se arrivasse una chiamata di De Martino per Sanremo?
«Sì, la pausa è confermata, perché vogliamo tornare a scrivere dischi capaci di superare il tempo. Non credo che Stefano De Martino ci chiamerà: sa bene che questo è il momento in cui raccogliamo esperienze e idee per avere qualcosa di autentico da raccontare. “Freelove” è il racconto di due anni e mezzo intensissimi, tra tour, palasport, festival e collaborazioni con Fabri Fibra, Elisa e Lorenzo. Ora abbiamo bisogno di vivere, respirare e scrivere un nuovo album, scegliendo i luoghi che più ci ispirano. Ci vediamo a Golfo Aranci, non vedo l’ora».
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