La Nuova Sardegna

L’intervista

Christian Raimo: «Il merito di Michela Murgia? Ha fatto diventare popolari dei temi marginali e controversi»

di Paolo Ardovino
Christian Raimo: «Il merito di Michela Murgia? Ha fatto diventare popolari dei temi marginali e controversi»

Lo scrittore ospite al festival di Tavolara con il suo ultimo libro “L’invenzione del colore”

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Racconta la riscoperta del padre defunto, Christian Raimo, nelle pagine del romanzo “L’invenzione del colore” (La Nave di Teseo). Un uomo che ha passato la vita alla Technicolor e che ha inventato una tecnica di correzione del colore che ha cambiato il cinema. Racconta di questo e di (molto) altro il libro che lo scrittore e intellettuale presenterà domenica a chiusura del festival del cinema di Tavolara proprio sull’isola.

Raimo, e lei che ha rapporto ha con il cinema?

«Un rapporto di intimità, a volte persino di incestuosità. Alcuni film che ho visto hanno condizionato scelte, persino relazioni. Ho provato a vivere certe esperienze come un film».

Mi dice qualche titolo?

«Alcuni sono stati centrali, come illuminazioni su momenti della mia vita che non mi erano chiari. “Gente comune” di Robert Redford, “Biutiful” di Iñárritu, fondamentali per l’elaborazione del lutto per la morte di mio padre».

Penso a un concetto espresso da Walter Siti proprio alla “Nuova”: autori e lettori, tutti cerchiamo la verità dalla letteratura ma spesso non siamo disposti a passare per il dolore. Scrivere “L’invenzione del dolore” è stato un attraversamento nel dolore?

«Il dolore, come capita quando uno scrive qualcosa di importante, e per me il romanzo è importante, non si sa dove ti porta. A un certo punto c’è un freno che lasciamo: è chiaro che ci si possa schiantare o arrivare in luoghi sconosciuti. Scrivere dà la possibilità di non restare nelle secche. La scrittura ci serve per diventare altro. E si spera che anche una persona che leggerà non sia la stessa prima e dopo aver letto».

Nel libro racconta la figura di suo padre ma parla di aspetti universali.

«Volevo risultasse come una commedia all’italiana, raccontare dall’alto al basso qualcosa di molto popolare su sanità, fabbrica, famiglia, relazioni che finiscono, clima. La storia della malattia di mio padre ha molto a che fare con la sanità pubblica. Mi piace questo: riuscire ad avere un linguaggio comune rispetto a storie private».

Ha detto che vorrebbe scrivere un libro sul “paternalismo”, perché?

«Contro, sia chiaro (ride, ndr). Sì, mette insieme moralismi del progressismo, dei fascismi, degli autoritarismi liberali, le pedagogie nere, al di là delle contrapposizioni politiche credo ci sia dentro la storia italiana una fortissima componente di paternalismo. Spesso esaltato e quanto per me più velenoso».

Era in gara allo Strega, che ne pensa di Mari? E anche della querelle-Murgia.

«Lì per lì non ho voluto intervenire, su quel pulmino c’ero, ero parte in causa. Una persona che ha sempre voluto controllare la realtà, Mari, si è trovata al centro della cronaca. Io amo la sua opera, ne riconosco anche i limiti ideologici. È uno scrittore molto maschile, nostalgico, che fa dell’impolitico una cifra fondamentale, molto lontano da me ma dal quale si impara».

La figura di Michela Murgia continua a far discutere il mondo intellettuale, qual è la sua eredità?

«Era straordinaria nel mettere a punto un modello di intellettuale performativa. Riusciva a far entrare nel dibattito pubblico dei temi marginali e controversi. Queerness, Ius Soli, eutanasia. È vero, più il messaggio diventa popolare e più il tasso di analisi è basso, ma in certi momenti è importante essere popolari a costo di essere approssimativi. Lei compensava con grande intelligenza e velocità. Oggi le persone che riconoscono quel modello, che è un modello politico, non hanno le sue capacità e sono meno efficaci». 

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