La Nuova Sardegna

L'intervista

Gabriele Lavia: «Come attore non mi sono mai piaciuto: mi disse la stessa cosa Al Pacino»

di Alessandro Pirina
Gabriele Lavia: «Come attore non mi sono mai piaciuto: mi disse la stessa cosa Al Pacino»

Il grande interprete e regista teatrale sarà al festival di Barumini con “Lo Shakespeare di Verdi”

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Lui è al telefono, dall’altra parte del Tirreno, ma appena senti la sua voce ti sembra di vederlo sul palco, indiscusso re della scena, maestro di un’arte che dopo secoli è capace ancora oggi di portare migliaia di persone a teatro. L’occasione è una intervista che, in qualche modo, diventa uno spettacolo. Breve ma intenso, anche se con un solo spettatore. Gabriele Lavia, una carriera che attraversa più decenni, alternando grandi classici a riletture originali di autori come Shakespeare, Pirandello, Strindberg, Eugene O’Neill, nonché al cinema diretto da Mauro Bolognini, Citto Maselli, Dario Argento, Gabriele Muccino e Pupi Avati, arriva in Sardegna per uno spettacolo all’interno del Barumini Music&Heritage Festival, rassegna firmata dalla direzione artistica di Mauro Meli e promossa dalla Fondazione Barumini Sistema Cultura in cartellone fino al 31 luglio. L’appuntamento è per domani, 17 luglio, alle 21 a Su Nuraxi, il villaggio nuragico di Barumini patrimonio dell’Unesco. Lavia, voce recitante, accompagnato al pianoforte da Otello Visconti, metterà in scena “Lo Shakespeare di Verdi”, tratto dal libretto di Francesco Maria Piave.

Lavia, cosa accomuna questa opera di Piave con il Macbeth originale di Shakespeare?
«In qualche modo qualcosa del Macbeth di Shakespeare rimane, anche se gli intenti sono completamente diversi. Il tema di Shakespeare è l’essere, che viene declinato in maniera straordinaria, inarrivabile, con l’“Essere o non essere, questo è il problema”. Questo essere viene affrontato in altri modi anche nelle opere di Shakespeare. Dell’Amleto ho già detto. Nel Macbeth c’è il finale che dice: “Essere così è nulla, se non si è qualcosa con certezza”. Si aggiunge dunque un elemento nuovo: per l’uomo non basta l’essere, ci vuole la certezza dell’essere. Lei ora sente che batte, che scrive, e vorrebbe la certezza di essere un giornalista. Anch’io, ogni volta che dico una parola, mi pongo sempre la stessa domanda: ma io sono un attore?».

E che risposta si dà?
«Non mi sono mai piaciuto in vita mia. Mi disse la stessa cosa Al Pacino, una volta che venne a vedermi al Teatro Argentina, dove interpretavo il Riccardo III. Erano i primi anni Novanta, quando girava Il padrino a Roma. Mi disse proprio questa frase: “Non mi sono mai piaciuto”».

Da oltre sessant'anni attraversa il teatro interpretando Shakespeare, Pirandello, Cechov, Dostoevskij e tanti altri classici. Guardando al suo percorso, c'è un testo o un personaggio che sente di aver compreso davvero solo con il passare degli anni e dell'esperienza?
«Forse gli anni in scena sono ormai una settantina, e sono tanti. Il problema è che quando uno, nel teatro, pensa a un testo ha un approccio sbagliato. Il teatro non è pensiero. Da un punto di vista amaro e tecnico, il teatro è dire le parole. E dire le parole è un vero grande problema. Se il teatro potesse essere solo pensato sarebbe bellissimo e facile da fare, ma purtroppo deve essere scritto e parlato. E anche ascoltato: troppa roba...».

Perché il teatro sopravvive nell’epoca di internet, degli smartphone e dei social network?
«Lo smartphone avrà ancora qualche anno di vita. Magari cento, o anche cinquecento. Da quanto è nato il teatro? Molti, moltissimi secoli prima di Cristo. E ancora sta lì, e non lo ammazza nessuno. Il ministero ci mette del suo, ma non ci riuscirà nemmeno lui. Ora le spiego cosa vuol dire teatro...».

Prego.
«È una parola composta da thea, che vuol dire dea, e tron, che significa luogo eminente. Il theatron è il trono della dea. Ma qual è la dea che siede sul trono? È Aletheia, che i latini hanno tradotto male con veritas. L’Aletheia, in realtà, è la svelatezza, il mistero. Questa traduzione errata ci dice quale idea avessero i romani del mondo greco. Detto questo, possiamo affermare che il teatro è fondante per l’essere umano. Ma, allo stesso tempo, è molto lontano dall’uomo comune. Per i greci il teatro era un dovere civile, oggi è considerato un passatempo. “Che famo stasera? Annamo a magnà? O annamo a vedè Lavia che fa l’Edipo Re?”. “E chi l’ha scritto?”. “Non lo so, Eolo o Mammolo...”. Ecco, purtroppo questo è il guaio della civiltà occidentale».


 

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