Maurizio Micheli: «Al cinema l’Ia farà rivivere John Wayne, a teatro ci vogliono attori in carne e ossa»
L'attore ad Assemini con "Uomo solo in fila" racconta la sua carriera: da "Rimini Rimini" al Fantastico di Celentano
Nella sua carriera c’è di tutto e di più. Il cinema, il musical, la televisione, anche un quiz su Canale 5. Ma è il teatro la casa di Maurizio Micheli, il suo habitat naturale in cui da ormai diversi lustri è uno dei grandi mattatori. E ora l’attore, livornese di nascita ma cresciuto in Puglia, arriva in Sardegna con il suo “Uomo solo in fila”, che domenica 26 luglio alle 20.30 nella suggestiva cornice di Villa Asquer ad Assemini chiuderà la rassegna “Teatro da camera”. Un testo da lui scritto e interpretato, con Gianluca Sambataro al pianoforte e la regia di Luca Sandri.
Micheli, chi è questo uomo solo in fila?
«È una specie di uomo qualunque, per citare Musil, che si trova in una situazione particolare: resta chiuso dentro un ufficio di Equitalia. È uno dei tanti contribuenti che vengono convocati dentro la sede della agenzia, deve sicuramente qualcosa a qualcuno, ma non sa cosa. Sa quando è entrato ma non sa quando uscirà. E insieme a lui ci sono tutta una serie di disgraziati che aspettano che chiamino il numero. E lui approfitta di questa attesa per riflettere su tante cose, per fare un bilancio personale... è uno spettacolo che ha un fondo malinconico ma si basa interamente sulla ironia».
Quale fotografia della società di oggi viene fuori?
«Non lo sa neanche il protagonista. Lui spera e vive con la speranza un giorno di potersene andare da quell’ufficio. È uno spettacolo sull’attesa, vagamente kafkiano ma c’è anche il vecchio Beckett di Aspettando Godot».
A lei è capitato di trovarsi in fila in attesa?
«Capita più o meno a tutti di ritrovarsi in questi uffici anonimi senza sapere quando potrai andare via. E soprattutto non ti viene detto perché ti trovi lì, come fosse una punizione, una penitenza. E alla base di tutto c’è il silenzio. Chi comanda tace. Sarebbe più semplice se ti dicessero perché sei in quell’ufficio. Ma devi aspettare, prima o poi chiameranno il tuo numero...».
In queste attese si ferma mai a fare un bilancio della sua carriera?
«Non mi piace fare bilanci. Non ho né pentimenti né rimpianti. Sono abbastanza soddisfatto di quel poco che ho fatto».
Non è proprio poco. Al cinema ha lavorato con Scola, Loy, Steno, Risi e Corbucci con la famosa scena di Rimini Rimini con Laura Antonelli in cui cantava “Champagne” di Peppino di Capri in versione barese.
«Al cinema mi sono sempre divertito e se uno si diverte fa anche divertire il pubblico. È importante ridere e fare ridere. Dei film a cui ho partecipato, molti li ho anche scritti, non ne rinnego nessuno. Neanche quelli balneari. Ho sempre cercato di far fare qualche riflessione al personaggio. È così dal 1978, quando insieme a Umberto Simonetta scrissi “Mi voleva Strehler” e che da allora porto in scena. È la storia di un piccolo uomo di scarsa importanza che entra in contatto con qualcosa più grande di lui, il potere, che può essere un grande regista. Ma anche il pubblico, difficile da accontentare. E un po’ ritorniamo a quel personaggio di “Rimini Rimini”, un povero attore che cerca in tutti i modi di fare ridere Laura Antonelli e si illude di riuscirsi cantandole “Champagne”».
Qualche anno fa girò “Un’estate al mare” dei Vanzina a Porto Rotondo con Gigi Proietti. E c’era anche Benito Urgu.
«Sono un po’ monotematico, racconto spesso la mia categoria. Ero un attore che chiedeva a Proietti di sostituirlo a teatro, ma lui non aveva memoria. Fu divertente, perché quelle scene con Proietti sono quasi tutte improvvisate. Lo sketch della Traviata è esilarante».
In tv fece parte del cast del Fantastico di Celentano.
«Ero e sono un ammiratore del Celentano cantante, ma ammetto che allora c’era del panico. Avevamo il terrore di essere licenziati. Le pause, i silenzi, gli inviti a cambiare canale. Invece, proprio queste follie portarono il programma ad avere un successo pazzesco: 20 milioni di telespettatori».
Il teatro è il suo habitat naturale: nell’epoca di internet e della Ai come si riesce a portare la gente a teatro ancora oggi?
«Per fare il teatro bisogna andarci di persona, non c’è intelligenza artificiale che tenga. C’è bisogno dell’attore in carne e ossa. Così va avanti da 2500 anni. Cinema e tv non sono la stessa cosa, tra un po’ faranno rivivere John Wayne in qualche film, ma questo a teatro non è possibile».
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