Il Mediterraneo diventa sempre più tropicale: in Sardegna aumentano le specie arrivate da oceani lontani
Dai Caraibi al Mar Rosso e all’Oceano Indiano, il riscaldamento delle acque ridisegna gli equilibri marini
Il Mediterraneo si scalda e cambia la geografia delle specie che lo abitano. Organismi provenienti dai Caraibi, dal Mar Rosso, dall’Atlantico e dall’Oceano Indiano trovano condizioni favorevoli anche in zone dove fino a pochi anni fa la temperatura dell’acqua rappresentava una barriera. La Sardegna è uno degli osservatori di questa trasformazione e Torregrande diventa oggi uno dei nodi di una rete internazionale nata per capire dove stia andando il mare del futuro.
È qui che entra in gioco l’IMC-Centro Marino Internazionale, impegnato in Aliem Vigil, progetto finanziato dal Programma Interreg Marittimo Italia-Francia e realizzato da otto enti sotto il coordinamento dell’Office de l’Environnement de la Corse. Il campo di osservazione supera i confini regionali e mette in relazione Sardegna, Corsica, Toscana, Liguria e costa mediterranea della Francia: territori diversi davanti a un fenomeno che non conosce frontiere. L’Imc ha esteso al dominio marino le attività di studio e monitoraggio delle specie aliene e contribuisce allo sviluppo di Aliem Network, la piattaforma nella quale confluiscono le osservazioni raccolte nei territori coinvolti.
A rendere necessario un sistema di osservazione così ampio è la velocità con cui stanno cambiando le condizioni ambientali. Le ultime estati hanno fatto registrare temperature superficiali del Mediterraneo superiori ai 30 gradi. Le barriere termiche che in passato contribuivano a limitare la distribuzione degli organismi tra i diversi bacini si sono fortemente ridotte e le prolungate anomalie possono favorire, insieme ad altri fattori, l’espansione e la stabilizzazione di specie tropicali e subtropicali presenti nelle acque.
«Il Mediterraneo sta cambiando rapidamente e in Sardegna osserviamo ormai specie provenienti da aree geografiche molto diverse: alghe di origine caraibica e australiana, una pianta marina proveniente dall’Oceano Indiano, ostriche originarie del Mar Rosso, spugne di origine atlantica, anfipodi simili a gamberetti provenienti dall’area dell’Oceano Indiano e pesci tipici delle Canarie» spiega Daniele Grech, ricercatore dell’IMC e responsabile scientifico delle attività marine del progetto Aliem Vigil. La questione, dunque, non è soltanto registrare l’arrivo di specie “nuove”. È comprendere se e come riescano a stabilizzarsi, seguirne la distribuzione e ricostruire gli effetti di un Mediterraneo che si sta trasformando. Specie aliena, inoltre, non significa automaticamente specie invasiva: ed è proprio per distinguere i fenomeni e valutarne l’evoluzione servono dati, osservazioni ripetute e una rete scientifica capace di lavorare su una scala più grande di quella regionale. Un esempio arriva dal Sinis.
Qui è stato recentemente documentato un esemplare di granchio corridore atlantico, Percnon gibbesi, originario dell’Atlantico tropicale e subtropicale e ormai diffuso nel Mediterraneo. Si tratta di una specie indicatore concreto di equilibri marini in movimento ed è osservata anche nel Sinis e a Capo Caccia, settori della Sardegna un tempo caratterizzati da acque più fredde: un dettaglio che aiuta a comprendere quanto lo spostamento delle condizioni termiche possa modificare anche la distribuzione degli organismi. È su questa nuova geografia che si concentra la ricerca.
«Per comprendere la diffusione e l’evoluzione di questi fenomeni abbiamo bisogno di una rete di osservazione sempre più capillare – sottolinea Grech –. Il valore di Aliem Vigil sta proprio nella possibilità di mettere in comune informazioni provenienti da coste e ambienti differenti, seguendo fenomeni che interessano ormai l’intero Mediterraneo occidentale». Il cambiamento climatico diventa così una delle chiavi attraverso cui leggere anche ciò che accade sotto la superficie. Non è l’unico fattore che determina l’arrivo e la diffusione delle specie non indigene, ma il riscaldamento delle acque può rendere possibile la loro espansione in aree che fino a poco tempo fa offrivano condizioni meno favorevoli per la proliferazione.
Da Torregrande, dunque, non si osserva soltanto il mare sardo. Il laboratorio guarda a un Mediterraneo sempre più interconnesso, nel quale seguire la comparsa e gli spostamenti delle specie significa anche misurare concretamente una trasformazione ambientale già in corso. Conoscere chi arriva, dove riesce a stabilirsi e come cambia la sua distribuzione diventa il punto di partenza per capire quali ecosistemi avremo davanti nei prossimi anni. Ed è una sfida nella quale anche chi frequenta il mare può fare la sua parte, partecipando da cittadino e osservatore alla scienza.
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