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Il festival

Dromos, finale con il botto: i Subsonica travolgono Cabras

di Caterina Cossu
Dromos, finale con il botto: i Subsonica travolgono Cabras

Unica tappa sarda del tour Terre Rare 96-26. In piazza 5mila persone

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 «Forse il ringraziamento più grande stasera lo dobbiamo fare a voi che siete qui. Essere fan dei Subsonica è doloroso e difficile: noi siamo un poliamore turbolento e non tutto è sempre filato liscio. Ci amiamo e ci lasciamo, ma poi torniamo sul palco e tutto si mette a posto. È questa la cosa importante. Amo i miei soci e colleghi dal profondo del cuore, e loro lo stesso». Boosta, al secolo Davide Dileo, lo dice alla fine delle due ore abbondanti e ininterrotte di musica, quasi a spiegare cosa tenga ancora insieme i cinque dopo trent’anni. E davanti a sé, in piazza Stagno a Cabras, ha cinquemila persone che lo sanno benissimo, cos’abbia inteso: quella storia, in buona parte, l’hanno attraversata insieme a loro.

L’evento che chiude l’edizione 2026 del festival Dromos è energia pura, anche per chi la band torinese la sta ascoltando, guardando, vivendo per la prima volta. L’evento va soldout già diverse ore prima. E sotto l’ombra della cattedrale ci sono tantissimi di quelli che trent’anni fa c’erano già quando uscì Subsonica, il primo album omonimo, nel 1997. Da allora, Samuel Romano, Max Casacci, Davide Dileo, Enrico Matta meglio noto come Ninja e Luca “Vicio” Vicini, si sono presi, separati e ritrovati, proprio come racconta Boosta. E soprattutto sono tornati a più riprese sul palco, con un progetto musicale fedele a se stesso ma in continua ricerca di nuove frontiere del suono. Il tour Terre Rare 96-26 mette subito in chiaro infatti che l’anniversario non è stata l’occasione per l’ennesimo greatest hits con effetto nostalgia. Ma un disco che si fonde perfettamente con i precedenti, e che ha un messaggio politico tra i più forti mai mandati dal gruppo. Sul palco di Cabras, l’unica tappa «nella Sardegna che amiamo così tanto e a cui siamo legatissimi» esordisce Samuel, risuonano insieme brani vecchi e nuovi. Il frontman salta, «che fatica, ma ce la facciamo ancora» scherza, e incita continuamente a farlo, come vuole il rito di chi i Subsonica li conosce e segue.

Si parte con Istantanee, Onde quadre, Radioestensioni, Liberi tutti, Depre, Aurora sogna, Nuova ossessione: la scaletta pesca a mani basse proprio nella stagione in cui i Subsonica hanno costruito la loro grammatica di base: basso e batteria in spinta, sequenze, synth, chitarre trattate, club culture infilata dentro la forma rock. Terre Rare riparte da quel fraseggio, ma lo porta altrove: elettronica e strumenti organici, suggestioni mediterranee, brani più dilatati e meno interessati alla scorciatoia della hit. Così, Radio Mogadiscio, Ghibli, Grida e Transumanesimo possono stare accanto a Nuvole rapide, Veleno e Discolabirinto senza sembrare corpi estranei. Poi arriva Straniero e si cambia per un momento il registro. Max Casacci silenzia la chitarra mentre sullo schermo scorrono le immagini della Palestina. Con loro, nel pezzo, canta Tära, 23 anni, italiana di origine palestinese. «Questa ragazza che canta con noi è italiana, come noi, anche se i suoi genitori sono palestinesi. È tra quei giovani che chiamano di seconda generazione, che qualcuno vorrebbe remigrare, non sappiamo bene in quale Paese, visto che è nata qui, come noi». Gli fa eco Samuel, guardando verso il gruppo di fedelissimi che sulle transenne ha appeso la bandiera palestinese dal pomeriggio: «Questo, giusto perché nessuno abbia dubbi su da che parte stiamo». Certamente dalla parte di Franco Battiato, di cui i Subsonica ripropongono subito dopo la loro celebre versione di Up Patriots to Arms. Certamente dalla parte di Michela Murgia, la scrittrice padrona di casa, «che è stata anche nostra concittadina e che ci ha lasciato una grande eredità». A lei dedicano l’ultimo brano della serata, Preso blu, dal primo lavoro.«Paura del diverso, paura del possibile».

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