Talvolta il successo ti può travolgere quando meno te lo aspetti, quando ormai ti sei arreso all’idea che non arriverà mai. È il caso di Gene Gnocchi, avvocato che sognava di calcare palcoscenici importanti come comico e che, a 35 anni suonati, si ritrova a diventare una star della tv. Da “Emilio” a “Scherzi a parte”, da “Striscia la notizia” a “Quelli che il calcio”, fino al Festival di Sanremo.
Gnocchi, ma lei cosa voleva fare da grande?
«Il calciatore».
In parte, c’è riuscito: ha giocato anche in Serie C.
«Ma io volevo giocare in Nazionale, in Serie A. Ho militato solo in serie minori».
La musica era la sua grande passione.
«Ho sempre suonato alle Feste dell’Unità. Con la mia band facevamo un po’ di cabaret, un po’ di rock’n’roll».
I suoi idoli musicali?
«Gente poco conosciuta. Il primo disco che comprai fu “Stand Up” dei Jethro Tull».
Il suo primo palcoscenico da cabarettista?
«Una discoteca sulle colline piacentine, l’Hollywood, diretta da un certo Baldini, che era anche un dirigente del Vigolzone, una squadra in cui giocavo. Ai tempi cantavo alle Feste dell’Unità, ma volevo fare uno spettacolino da solo. Mi disse: “Se vuoi, ti faccio provare gratis”. Anzi, mi offrì in cambio del risotto allo champagne. Ci saranno state 7-8 persone. Cominciai questo monologo e, dopo cinque minuti, dal fondo della sala si levò una voce: “Va a cà, animal!”. Questo fu il mio esordio».
Nel frattempo, diventa avvocato. Chi è stato a spingere perché prendesse un’altra strada?
«Il mio socio dello studio legale, Stefano Galli. Non ne poteva più di me, mi prese di peso, mi caricò sull’auto e mi portò allo Zelig per fare un provino. Andò bene e lì nacque tutto».
E il salto dal cabaret alla tv?
«Dopo il provino, lo Zelig mi diede per una settimana la sala grande. In quei giorni vennero Zuzzurro e Gaspare, che stavano preparando uno show con Beppe Recchia, “Emilio”. Avevo fatto pochissima gavetta, ma mi presero. E da lì, quasi improvvisamente, mi ritrovai a fare televisione: “I vicini di casa”, “Il gioco dei 9”, “Scherzi a parte”».
Maurizio Costanzo la voleva spesso al Parioli.
«Era una vetrina importante, anche se alla fine io l’ho frequentata poco perché iniziai a fare “Mai dire gol”. Ma devo ammettere che Costanzo è stato un bel motore di popolarità».
In quegli anni fa coppia fissa con Teo Teocoli. È davvero così difficile lavorare con lui, come spesso si dice nell’ambiente tv?
«Teo è stato il periodo più bello della mia vita. È un genio della comicità, eravamo una coppia eccezionale e ci siamo divertiti tanto. E poi è un artista di una generosità clamorosa: se una sua battuta sta meglio a te, te la cede senza problemi. Un grande compagno di lavoro, ma soprattutto un amico fraterno».
Ma gli scherzi di “Scherzi a parte” erano tutti veri?
«All’inizio sì, poi, quando uno si accorgeva dello scherzo, doveva andare avanti perché costavano troppo e non si poteva buttare il lavoro. Ne ricordo uno di Marco Columbro, che aveva capito tutto, ma andò avanti».
Lo scherzo più bello?
«Leo Gullotta con la tigre».
Con la Gialappa’s avete iniziato un nuovo capitolo della tv: “Mai dire gol”.
«Eravamo in studio io, Teo e la Gialappa, senza fare personaggi. Poi Teo ha iniziato a fare Felice Caccamo e io Ermes Rubagotti. All’inizio con la Gialappa non c’era feeling, con Teo ho legato subito, mentre con loro ho tardato. Con l’innesto dei personaggi ci siamo spiegati ed è iniziato il vero “Mai dire gol”».
Nel 1994 Berlusconi scende in politica e lei lascia Mediaset per la Rai.
«C’era un conflitto di interessi abbastanza marcato. Sa, io sono figlio di un partigiano, a casa mia alcune cose contavano. Con il senno di poi, mi sono reso conto che Berlusconi era più un imprenditore che uno statista. Anche se il suo lavoro lo sapeva fare egregiamente».
Torna a Canale 5 e fa “Striscia la Notizia”. Con Solenghi propone “Striscia la Berisha”: come la presero in Albania?
«Un successo inaspettato. In realtà, era una presa in giro della tv italiana. Era il periodo degli sbarchi e, con Tullio e Antonio Ricci, decidemmo di “ospitare” questi albanesi che arrivavano in Italia. All’inizio fu un po’ equivocato, ma era satira sulla tv».
Simona Ventura la vuole in Rai e inizia un altro periodo molto fortunato.
«Simona è un animale della tv, è eccezionale. Venivamo dopo Fazio, che era un totem, un’eredità difficile da prendere. Il direttore era Carlo Freccero e ci disse: “Cambiamo registro”. Fazio era molto ossequioso verso l’ospite, noi abbiamo puntato più sul cazzeggio. Simona si fidava ciecamente di me e Maurizio Crozza. “Non sindacherò mai quello che farete”, ci disse. Con lei ho lavorato per otto anni».
Un rimpianto nella sua carriera?
«Io venivo da una famiglia non abbiente. Lavorare significava pagare i debiti di mio padre, che era una persona eccezionale, ma aveva sei figli da mantenere. Forse ho fatto troppa tv, ma te ne rendi conto solo con il senno di poi. Ma, guardandomi indietro, mi rendo conto di essere stato fortunato a fare una tv che oggi non esiste più. Oggi è tutto “Grande Fratello”, “L’Isola”, “Temptation Island”. La mia era decisamente qualitativa: “Emilio”, “Scherzi a parte”, “Quelli che…”, “DiMartedì” con Giovanni Floris».
Dal cinema avrebbe voluto di più?
«Ne avrei voluto fare sicuramente di più, ma ero sempre impegnato in televisione».
Il calcio è sempre presente nella sua vita?
«Il calcio è la mia vita. Chi nasce calciatore muore calciatore. Anche se, dal punto di vista dello spettacolo, ha perso: ci si divertiva molto di più prima. Ora tutto è più tecnico. Continuo a vederlo perché devo scrivere per la Gazzetta. E poi mi piace scoprire qualche talento».
Chi le piace dei giovani?
«Nico Paz, Lamine Yamal. Romano del Cagliari, Daniel Maldini». E oggi guarda la tv? «No».
Un comico che la fa ridere?
«Qualcuno c’è, ma non voglio nominarlo perché nessuno mi cita mai».