Marco Bonini: «È ora di dire basta al patriarcato: la nostra vita può solo migliorare»
L’attore debutta alla regia con “Se ami qualcuno dillo” e dice: «La Sardegna? Ormai è la mia seconda casa»
Attore, scrittore, regista. Tutte discipline in cui Marco Bonini porta avanti la battaglia che da qualche tempo ha fatto sua: quella contro il patriarcato. Qualche mese fa è uscito il libro “Maschi, si salvi chi può!”, edito da Santelli, e ora arriva il film “Se ami qualcuno dillo”, tratto dal suo primo romanzo, che segna il debutto di Bonini alla regia, con protagonisti Edoardo Leo, Claudia Gerini e Giovanna Mezzogiorno. Il film sarà presentato in anteprima il 15 ottobre ad Alice nella città e poi, dal 16, nei cinema di tutta Italia.
Bonini, nel libro mette in discussione il modello maschile tradizionale. Da cosa dovrebbe cominciare oggi un uomo per liberarsi dai vecchi stereotipi?
«Io ho scritto il libro per questo: proporre all’uomo un modello alternativo e fargli capire che il cambio di paradigma non è una perdita di potere, ma una conquista di diritti. Spesso la narrativa collettiva sembra dirci: “Fate un passo indietro”. In realtà, io credo sia un passo avanti. Dall’abbandono del patriarcato la vita può solo migliorare. Io dico che all’uomo conviene farlo. È una rivoluzione politica che non si vince in piazza, ma in cucina, in camera da letto, nella cameretta dei figli».
Quanto c’è di personale nel suo libro?
«Alla base di tutto ci sono due eventi personali. Il primo, che racconto nel film, riguarda mio padre. Era un uomo tradizionalista, anaffettivo. Poi, nel 2000, ha avuto un infarto che lo ha portato a perdere la memoria e, dopo due mesi di coma, si è risvegliato senza quelle sovrastrutture che lo portavano a essere così duro, rigido. Era ovviamente una persona che aveva subito un danno, ma all’improvviso era diventato un uomo affettivo. Lui stesso diceva di stare meglio rispetto al passato. Era diventato il padre che avevo sempre sognato».
E l’altro episodio?
«La separazione da mia moglie. Noi abbiamo due figli. In qualche modo, io combattevo il patriarcato, ma era comunque un’eredità che mi ero ritrovato addosso. A quel punto ho iniziato a lavorare su me stesso per migliorare la mia vita. Poi quella è diventata la mia battaglia».
Dal romanzo al film: quant’è stato difficile trasformare una storia così intima in immagini?
«Il personaggio di mio papà mi ha regalato una metafora molto efficace. Era una persona divertente e sapevo che sarebbe stato divertente portarlo in scena. A spingermi è stata anche questa motivazione artistica».
Lo interpreta Edoardo Leo.
«È come se fosse mio fratello, siamo amici da 45 anni. Avevamo 9 anni quando ci siamo conosciuti, abitavamo nello stesso palazzo. Edoardo conosceva mio padre, prima e dopo l’infarto. Su di lui ha fatto un grande lavoro, anche attraverso alcuni dvd che avevo. Mia madre un giorno è venuta sul set e le è preso un colpo: nei comportamenti era identico a mio padre».
Da scrittore a regista: quali sono le differenze tra il Marco che scrive e quello che dirige?
«Sono due modi di scrivere molto affascinanti. I confini tra questi due ambiti sono senza frontiere. In qualche modo, raccontiamo sempre una storia. In più, io sono un attore. Dunque, mi definisco un cantastorie. Certo quando scrivi un libro sei a casa da solo, mentre quando dirigi un film hai la zavorra e l’aiuto di 150 persone. Ma mi piace dirigere: è stato emozionante».
La commedia può essere uno strumento efficace per affrontare temi complessi?
«La commedia è l’unico mezzo che, soprattutto in Italia, abbiamo per affrontare questi temi. La nostra lingua nasce da una commedia. Dante ha scelto questo stile e noi continuiamo a sceglierlo. La commedia parla volgare, parla al popolo. È di difficile interpretazione, ma non è aggressiva, non è giudicante, non è ricattante. Non è come un film drammatico che ti costringe alla commozione. La commedia si presuppone leggera, ma alla fine la commozione ti sorprende».
Ha girato l’Europa con una barca, appunto chiamata Europa. Il viaggio è anche diventato un documentario. Cosa significa sentirsi europei oggi?
«È stata un’esperienza personale indimenticabile. Abbiamo attraversato l’Europa attraverso canali mai navigati. Per ossimoro, è stato un navigare per terra. La nostra missione era cercare di capire se ci fosse un’identità europea e abbiamo capito che c’è un filo rosso che ci unisce e che Trump ci sta aiutando a sviluppare. Manca un’esperienza emotiva dell’Europa, percepita come una situazione burocratica che sta a Bruxelles. Per ora è considerata un’idea meravigliosa, ma fredda: serve creare un orgoglio europeo».
Come fare?
«L’idea me l’ha suggerita un francese: alle prossime Olimpiadi dobbiamo presentarci con una delegazione europea. Vinceremmo tutto e il momento dell’inno e della medaglia creerebbe un’emozione che avrebbe ricadute sul nostro attaccamento all’Europa».
Questa estate c’è stato spazio per la Sardegna?
«È ormai una seconda casa. Sono venuto a Olbia, dove da tempo tengo la barca. Poi mi sono spostato al sud e ho scoperto un altro pezzo di Sardegna che, meno aggredito dall’iperturismo, non conoscevo. Ora mi manca solo l’Oristanese».
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