La Nuova Sardegna

Cagliari

Le indagini

Caso Manuela Murgia, sui vestiti nessuna traccia del dna dell’ex fidanzato

di Luciano Onnis
Caso Manuela Murgia, sui vestiti nessuna traccia del dna dell’ex fidanzato

Depositata la perizia del Ris: fra le 89 tracce biologiche esaminate, nessuna riconduce a Enrico Astero

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Cagliari «Ribadiamo ancora una volta che non ci interessa un colpevole qualunque e non abbiamo mai puntato il dito accusatore sull’unico indagato per la morte di nostra sorella Manuela, quello che chiediamo è che sia fatta luce una volta per tutte su come lei è morta e perché»: le sorelle della ragazza sedicenne Manuela Murgia (Elisa e Anna e il fratello Gioele) parlano attraverso l’avvocato Bachisio Mele, uno dei tre legali che curano gli interessi della famiglia Murgia (gli altri sono Giulia Lai e Maria Filomena Marras) per commentare quanto trapelato sui risultati degli esami biologici depositati l’altro ieri dal Ris dei carabinieri in Procura, con esiti che confermano che in tutto il materiale genetico raccolto, analizzato e comparato dai periti del Reparto di investigazioni scientifiche di Cagliari – ai quali la Procura aveva affidato al momento della riapertura del caso vecchio di 30 anni, la nuova perizia sugli indumenti indossati da Manuela quando era stata trovata morta il 5 febbraio 1995 ai piedi del canyon della necropoli di Tuvixeddu.

Ebbene, dopo aver chiesto tempo con tre proroghe per completare i complessi esami di laboratorio, gli specialisti del Ris hanno certificato che fra le 89 tracce biologiche rilevate fra vestiario e indumenti intimi della vittima (in particolare peli e capelli) esaminate e comparate, non risulta alcun profilo genetico che riconduca ad Enrico Astero, oggi 55 enne, ex fidanzato di Manuela fino a due mesi prima della sua morte. Per lui, unico indagato, un risultato decisamente a proprio favore, forse determinante nella pesante accusa di ipotesi di reato di omicidio volontario, a cui si sarebbe potuta aggiungere anche l’aggravante della (presunta) violenza sessuale.

Dire che Astero esce del tutto e “pulito” dalle indagini, è forse troppo presto, ma allo stato attuale sarebbe questa la direzione verso cui è incanalato il procedimento giudiziario. Il 29 gennaio, nell’udienza di incidente probatorio sulla perizia del Ris, sarà il gip Giorgio Altieri a decidere come e se proseguire con il fascicolo Manuela Murgia. Appare possibile che il giudice chieda una ulteriore super perizia per accertare una volta per tutte come è morta la ragazza. Due le ipotesi formulate dai medici legali, quelli di allora e il consulente di adesso: nel primo caso della prima, quella sull’autopsia di 30 anni fa sul corpo di Manuela, che attribuisce la morte a un “gesto suicidario”, l’altra, emersa dalla consulenza chiesta dalla famiglia della ragazza circa due anni fa professor Roberto Demontis (anche lui medico legale e direttore della struttura complessa universitaria di medicina legale) che esaminando a fondo la documentazione (soprattutto fotografica) allegata alla perizia necroscopica di 30 anni fa redatta dai due suoi colleghi, è arrivato alle conclusioni che si sarebbe trattato non di un suicidio ma di un omicidio volontario.

La ragazza – sostiene il professor Demontis nella sua consulenza - avrebbe subito prima un rapporto sessuale violento e poi sarebbe stata uccisa venendo investita deliberatamente con un’auto mentre cercava presumibilmente di scappare dal suo violentatore. Era stata proprio l’ipotesi avanzata e documentate da Roberto Demontis a indurre la Procura, col pm Guidi Pani, a riaprire il caso dopo 30 anni.

«Alla famiglia interessa solo sapere la verità sulla morte di Manuela – ripete ancora una volta l’avvocato Bachisio Mele -, non abbiamo mai puntato il dito su qualcuno e neppure sull’unico indagato Enrico Astero. Non ci interessa che venga trovato un colpevole qualunque, ma quello vero. Aspettiamo fiduciosi l’incidente probatorio del 29 gennaio e vedere cosa decide il giudice».

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